Ecco perché i Repubblicani americani non si riprenderanno facilmente dal ciclone Trump. Parla Tom Nichols

5 dicembre 2020
Intervista Politica
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Intervista a cura di Marco Valerio Lo Prete

 

Accademico e storico, Tom Nichols in Italia è noto al grande pubblico per il suo saggio “La conoscenza e i suoi nemici” (Luiss University Press) in cui lo studioso statunitense ha analizzato i rischi dell’“era dell’incompetenza” per la democrazia. Nichols sarà in uscita nel 2021 con il suo nuovo saggio  “Our Own Worst Enemy”che verrà pubblicato in italiano sempre per Luiss University Press.

“Vogliamo credere di essere in grado di prendere tutte le decisioni – scriveva Nichols nel 2018 – e ci irritiamo se qualcuno ci corregge, ci dice che stiamo sbagliando o ci dà spiegazioni su argomenti che non capiamo. Questa naturale reazione umana in un individuo è pericolosa quando diventa una caratteristica condivisa da intere società”. Proprio nelle ultime pagine di quel libro, Nichols avvertiva: la situazione è così compromessa che soltanto “un evento disastroso, una guerra o una pandemia”, potranno ristabilire un fisiologico livello di fiducia negli esperti. Dopo due anni, nel pieno di una pandemia senza precedenti dai tempi della Spagnola, siamo tornati da Nichols per chiedergli se tale “evento disastroso” abbia avuto almeno quella conseguenza positiva che lui auspicava. “Magari avessi avuto ragione. In realtà ho sbagliato”, risponde subito. “La pandemia negli Stati Uniti ha semplicemente rinsaldato le divisioni politiche e partigiane nel Paese, soprattutto perché il Presidente Trump e il Partito Repubblicano hanno capito che la diffusione del virus avrebbe costituito per loro un disastro politico. Così, invece di fare il proprio lavoro e salvare vite, hanno politicizzato la risposta, attaccando medici e scienziati. Devo dire che nemmeno la comunità scientifica ha aiutato la causa della competenza: da una parte molti scienziati hanno detto agli Americani di evitare gli assembramenti pubblici, dall’altra però hanno approvato le manifestazioni di piazza contro Trump, così hanno danneggiato la loro credibilità scientifica. Risultato: una catastrofe, con cittadini americani che addirittura muoiono di Covid-19 e mentre muoiono dicono agli infermieri che non credono di avere il Covid-19”.

 

Il partito Repubblicano? “Oggi è una forma di culto della personalità”

A proposito del Partito Repubblicano, chiediamo a Nichols se il ciclone Donald Trump, che ha fatto irruzione tra i conservatori all’improvviso, alle primarie del 2016, sia destinato a passare oltre come nulla fosse o a lasciare il segno nel Grand Old Party. Nichols è stato iscritto al GOP per una vita – “Ho sempre creduto in un governo limitato, nella disciplina fiscale, in una robusta difesa nazionale, nel costituzionalismo e nello stato di diritto al di sopra di tutto”, ci ricorda – poi però da quel partito è uscito nel 2018: “Già nel 2012 mi fu chiaro che per molti Repubblicani i valori che avevamo condiviso per decenni non erano così importanti. Nel 2016 Trump conquistò i vertici del partito e nel 2018 erano ormai scomparsi tutti i moderati che gli si opponevano. A quel punto decisi che ne avevo avuto abbastanza”. Il risultato delle elezioni dello scorso 3 novembre ha in qualche modo sorpreso lo studioso: “Sono dispiaciuto perché pensavo che gli elettori avrebbero ripudiato con maggiore nettezza Trump e il suo entourage – dice Nichols – Certo, Biden ha vinto con numeri da record, ma rimango interdetto dagli oltre 70 milioni di elettori che hanno votato il Presidente uscente”. Quanto al Partito Repubblicano, esso “non difende più politiche specifiche”, è ridotto “a una forma di culto della personalità di Trump”. Prova evidente, secondo Nichols, ne è il fatto che “alla Convention repubblicana di quest’anno non sia stata discussa alcuna effettiva piattaforma programmatica. Per la prima volta nella storia il programma dei Repubblicani è stato semplicemente ‘rieleggere Donald Trump alla Casa Bianca’, e questa è una follia. La nuova piattaforma del partito non sosteneva valori o politiche quali che fossero, ma si è ridotta a ‘mantenere i Repubblicani al potere’”.

Trump tornerà alla sua vecchia vita o rimarrà in politica? “Credo ci sia una terza via piuttosto plausibile. Continuerà a organizzare comizi e comparsate televisive perché ha bisogno di denaro, è quasi in bancarotta. Inoltre Trump non può sopportare di non trovarsi al centro dell’attenzione. Non penso però si candiderà nuovamente, anche per il fatto che ci sono Repubblicani molto ambiziosi che non vorranno rimanere un’altra volta ai margini della partita per la Casa Bianca”. Che Trump ci sia o meno, nel 2024 i Repubblicani possono davvero pensare di tornare tout court alla loro piatta forma politica di un tempo? “No, il Partito Repubblicano per come è strutturato oggi non ha futuro. Innanzitutto perché molti dei Repubblicani che hanno difeso e reso possibile le storture messe in atto da Trump sono ancora al loro posto. Potranno vincere ancora qualche elezione e qualche seggio, come accaduto anche quest’anno, ma in quanto Partito che si batte per alcuni ideali è finito. Il Gop adesso assomiglia a un taxi da prendere per soddisfare certe ambizioni personali di alcuni politici conservatori in giro per il Paese”.

 

Il ruolo distruttivo della “identity politics”

Se la identity politics domina l’arena pubblica, specie a sinistra, non diventa perlomeno comprensibile il tentativo dei Repubblicani di farne uso anche loro? “La genialità di Trump, infatti, è stata quella di sfruttare le politiche identitarie, creando un movimento elettorale attorno a una ‘White identity politics’. Io ritengo che il Partito Democratico sbagli a lasciare che la politica identitaria controlli tanta parte della sua agenda politica, e i Repubblicani continueranno a sfruttare questo errore. Trump alle ultime elezioni ha accresciuto di poco i suoi consensi tra neri e ispanici, ma la verità è che attualmente il GOP assomiglia al partito di una minoranza bianca, concentrata nel profondo Sud e negli Stati delle Montagne rocciose, mentre il Partito Democratico è il partito di ‘chiunque altro’”. In questo senso può allora essere vincente il tentativo dei Repubblicani di diventare un Partito della classe lavoratrice, anche a costo di abbandonare una certa idea di libero mercato? “In realtà con Trump i Repubblicani sono diventati i migliori amici che il grande business abbia mai avuto. Le guerre commerciali ingaggiate dall’Amministrazione hanno colpito gli agricoltori e le piccole imprese. Il taglio delle tasse non ha aiutato davvero nessun altro se non chi aveva già accumulato discrete ricchezze. Come ho detto prima, l’attuale Partito Repubblicano non è più un vero e proprio ‘partito’, non è dotato di una piattaforma programmatica se non quella di rimanere al potere e tutelare i propri finanziatori”.

 

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Tom Nichols è professore allo U.S. Naval War College e alla Harvard Extension School. La conoscenza e i suoi nemici, tradotto in oltre dieci lingue, è stato un caso editoriale internazionale ed è il suo primo libro tradotto in italiano.


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