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Brexit e la divisione sulla sovranità

Giovedì scorso, alle 2:48 del mattino, si sono conclusi i negoziati sul quadro delle relazioni future tra l’Unione europea (Ue) e il Regno Unito. Si è trattato di un divorzio complesso in quanto il Regno Unito ha sviluppato un’articolata interdipendenza con gli stati membri dell’Ue. In 47 anni di appartenenza all’Ue, il Regno Unito ha incorporato più di 14.000 norme giuridiche e atti amministrativi decisi a livello europeo (acquis communitaire), 1/6 delle leggi britanniche derivano da regolamenti o direttive europee. In aggiunta, il Regno Unito è economicamente integrato all’UE: nel 2018, il 43 per cento delle esportazioni britanniche sono state assorbite dal mercato unico europeo e il 49 per cento delle importazioni britanniche provenivano da quest’ultimo. Nel 2017, più del 30 per cento del cibo consumato nel Regno Unito era prodotto nell’Ue. Nello stesso tempo, per i servizi, il Regno Unito è il più grande partner commerciale dell’Ue; il 60 per cento delle attività relative al mercato dei capitali dell’Ue si svolge a Londra. Inoltre il Regno Unito ha il più grande bilancio militare tra i Paesi europei. Si potrebbe continuare a lungo. Ecco perché occorre capire le caratteristiche di questo divorzio, per quindi individuare le ragioni che lo hanno reso inevitabile.

Cominciamo dal primo punto. Nel 2019, l’Ue e Regno Unito hanno siglato un trattato internazionale, l’Accordo di recesso (Withdrawal Agreement) entrato in vigore il 1° febbraio 2020, che regola i termini dell’uscita del Regno Unito dall’Ue. Alla Vigilia di Natale, le parti hanno invece concordato i termini generali delle loro relazioni future, siglando un Accordo commerciale e di cooperazione (Trade and Cooperation Agreement), che dovrà essere ratificato dai rispettivi parlamenti e che entrerà in vigore in via provvisoria il 1° gennaio 2021. L’Accordo di recesso regola tutti gli aspetti relativi all’uscita del Regno Unito dall’Ue. Ad esempio, tutela i diritti dei cittadini europei che risiedono nel Regno Unito e viceversa; quantifica i pagamenti dovuti (fino al 2064 secondo uno studio della Camera dei Lords) dal Regno Unito all’Ue per impegni presi quando ne era membro; istituisce un regime speciale per l’Irlanda del Nord, così da prevenire il ritorno ad un confine fisico con la Repubblica d’Irlanda; stabilisce come risolvere le controversie relative all’applicazione dell’Accordo affidandone il compito ad una corte arbitrale (della quale, chissà perché, non fa parte nessun italiano), anche se la Corte europea di giustizia continuerà a supervisionare il processo di recesso, mantenendo parzialmente il Regno Unito all’interno della giurisdizione europea. L’Accordo commerciale e di cooperazione, che giunge alla fine degli undici mesi di transizione, stabilisce invece i termini delle relazioni future tra l’Ue e il Regno Unito. Il primo Accordo guarda al passato, il secondo al futuro. Quest’ultimo inaugura un’area di libero scambio tra l’Ue e il Regno Unito relativamente alle merci, preserva lo scambio energetico tra i due partner, identifica e delimita i programmi in cui i due partner intendono collaborare come prima (come i progetti di ricerca Horizon). In particolare, l’Accordo prevede che il rispetto del level playing field (cioè dell’equa competizione) venga garantito da un Joint Partnership Council, introducendo altresì meccanismi vincolanti per la risoluzione delle dispute. La complessità di questo secondo Accordo è tale da rappresentare un punto di partenza, non già di chiusura, per stabilire le relazioni future. Brexit è tutt’altro che conclusa.

Vediamo ora le ragioni che hanno condotto all’attuale situazione. Esse si sintetizzano in una parola: sovranità. Ha detto Ursula vor der Leyen nella conferenza stampa tenuta a Bruxelles giovedì scorso: “per me, la sovranità consiste nella possibilità di lavorare, viaggiare e studiare in ognuno dei 27 stati membri dell’Ue. Consiste nel mettere insieme le nostre forze e parlare con una sola voce in un mondo di grandi potenze. E, in tempi di crisi, consiste nell’aiutarci l’uno l’altro per rimetterci in piedi. Così come sta attualmente facendo l’Ue”. Nelle stesse ore, nella conferenza tenuta a Londra, Boris Johnson ha invece detto: “finalmente abbiamo ripreso il controllo sulle nostre leggi e il nostro destino, possiamo ora definire i nostri standard, innovare come vogliamo noi. D’ora in poi, le leggi britanniche saranno fatte dal parlamento britannico, interpretate dai giudici britannici che siederanno in corti britanniche”. Non si poteva essere più chiari. Per la leadership europea, la sovranità nazionale va adeguata (empiricamente e concettualmente) alle condizioni di un’Europa interdipendente in un mondo interdipendente. In tale adeguamento, gli stati trasferiscano alcuni poteri sul piano sovranazionale, esercitandone altri sul piano nazionale. Per la leadership britannica, la sovranità nazionale è un tutt’uno, una realtà impermeabile al tempo e allo spazio. Per la leadership britannica, la sovranità formale è la condizione per conseguire l’autonomia sostanziale. Per la leadership europea, l’autonomia sostanziale degli stati europei è garantita solamente dallo spacchettamento della loro sovranità formale. L’Ue guarda al futuro, il Regno Unito al passato.

In conclusione, è indispensabile che i rapporti futuri tra l’Ue e il Regno Unito evolvano verso la reciproca fiducia. Il Regno Unito, pur essendo stato un awkward partner (un membro imbarazzante) nell’Ue, ha contribuito in modo decisivo alla costruzione del mercato unico europeo, oltre ad aver garantito uno dei più alti standards di implementazione del diritto europeo. Il Regno Unito rappresenta una solida democrazia della cui collaborazione l’Ue non dovrà fare a meno. Ma ciò non basta. Gli enormi e prolungati costi che Brexit ha implicato e implicherà dovrebbero spingere, sia le leadership nazionali che europee, a ripensare il progetto di integrazione, liberandolo dall’idea irrealistica di un’Europa a misura unica. L’Europa è differenziata nei fatti. Tale differenziazione richiede la promozione di progetti distinti di integrazione. Rafforzando l’integrazione economica e, contemporaneamente, consentendo ad un nucleo di Paesi di andare avanti verso l’unione sempre più stretta di tipo politico. È tempo di pensare out of the box (fuori dalla scatola ideologica).

Questo articolo è apparso sul Sole 24 Ore il 26 dicembre 2020. Riprodotto per gentile concessione.