Democrazia rappresentativa, democrazia deliberativa e democrazia diretta: una sinergia possibile

9 gennaio 2021
Editoriale Politica
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Tutelare la democrazia

Svariati sintomi evidenziano il momento difficile che alcune democrazie rappresentative stanno vivendo. In più di un paese avviene che sempre più persone e categorie sociali si sentano, non senza ragione, estraniate, emarginate, non garantite, dunque si facciano vincere da un sentimento di impotenza, ritirandosi nell’apatia. Infatti, si assiste sovente a una crescita dell’astensionismo elettorale. D’altro canto, chi è insoddisfatto potrebbe viceversa appoggiare formazioni e personalità politiche che si fanno interpreti dei suoi timori e risentimenti, e non di rado si dichiarano contrari ad alcuni fondamenti irrinunciabili della democrazia rappresentativa. Tra questi la classe politica (dipinta, con argomenti talora credibili e talaltra no, come appartenente a un establishment sempre più distante dal popolo), il divieto del mandato imperativo, i “vecchi” partiti ispirati da certi orientamenti valoriali di fondo, certe scelte di campo, certe concezioni della realtà sociale.
La democrazia non è una conquista irreversibile. È un bene grande, ma fragile. Se una quota significativa dei cittadini non si sente tutelata anzitutto dal sistema delle istituzioni politiche e dalle sue modalità di funzionamento, e crede piuttosto di poter stare tranquilla soltanto quando quelli che ritiene i “suoi” rappresentanti sono al potere, questo è un segnale allarmante. È fisiologico che se è al governo la parte cui si è vicini ci si senta più protetti (fermo restando che bisognerà poi vedere quali scelte questa adotterà in concreto). Tuttavia, il sistema regge perché anche chi si sente minoranza o opposizione si identifica comunque il più delle volte con le sue componenti fondative e sa che avrebbe molto da perdere se queste crollassero.

Istituti di democrazia diretta 

Negli Stati Uniti la partecipazione elettorale, che per lunghi periodi era rimasta bassa, è andata diventando sempre più massiccia. In astratto è una cosa molto positiva. Se però la mobilitazione di alcuni avviene non solo in chiave di ordinaria e salutare competizione politica, ma anche contro il sistema, se una nazione risulta profondamente spaccata al proprio interno, se si allarga la divaricazione tra territori e tra gruppi sociali, ciò verrà visto – correttamente – come un problema serio, cui chi vuole il bene della democrazia deve cercare di porre rimedio, cominciando con il comprendere le ragioni di tutti (come sembra nelle intenzioni del neoeletto presidente Biden), il che ovviamente al contempo richiede di vigilare sui comportamenti intollerabili e ingiustificabili, impedendoli e reprimendoli ove necessario. Le strade per difendere la democrazia sono molteplici. Peraltro, la sindrome di cui sopra non è circoscritta a un solo paese.
Tra i vari modi che possono essere usati per rilegittimare e irrobustire la democrazia rappresentativa mi soffermo qui in particolare su certe forme di deliberazione e su certi istituti di democrazia diretta (IDD). Un Parlamento è già di per sé un’istituzione al contempo rappresentativa – in quanto elettiva – e deliberativa, perché strutturato in modo da poter dibattere pubblicamente e a fondo, in condizioni normali, sui pro e contro della legislazione in gestazione. Fermo restando ciò, sono possibili anche altre pratiche deliberative. Ad esempio, com’è noto, si possono creare per sorteggio gruppi sufficientemente ampi di cittadini (campioni) ai quali viene richiesto di discutere in profondità un dato problema, così da suggerire una soluzione, o una rosa di soluzioni (come è stato fatto recentemente anche in Francia). Si possono anche convocare in parallelo dei gruppi specialistici, composti da soggetti scelti piuttosto in base alla loro conoscenza della questione, ovvero perché esponenti di interessi rilevanti. In tali ipotesi dai processi deliberativi non ci si attende una decisione finale collettivamente vincolante. Le indicazioni cui essi pervengono hanno comunque un valore e un’influenza particolari, sia perché frutto di un approfondimento specifico, sia perché vi partecipano i cittadini comuni (anch’essi rappresentativi della popolazione e di una grande varietà di punti di vista, ma in senso sociologico e statistico, mancando un mandato elettivo), ovvero soggetti portatori di competenze specifiche. Esecutivi e assemblee legislative dovrebbero quindi tenere dette indicazioni in seria considerazione.
Se in un sistema politico le iniziative popolari non sono consentite o, di fatto, hanno scarso peso, anziché combattere quella sensazione d’irrilevanza ed estraniamento di cui dicevo, non si fa che confermarla. Attraverso IDD adeguatamente congegnati, invece, si conferisce ufficialmente un potere decisionale su un dato tema a tutti i cittadini-elettori, quindi anche a coloro che tendono a sentirsi marginali o esclusi. L’impostazione e la gestione di qualche referendum (come quello su Brexit), unitamente a ciò che si è poi venuto a sapere su taluni stratagemmi usati per influenzare i votanti, possono suscitare riserve su questo istituto e per estensione sugli IDD in genere. Va ammesso che un loro impiego malaccorto possa avere effetti dirompenti. D’altro canto, non bisogna demonizzare gli IDD in quanto tali. Si potrebbe anzi fare in modo di non perdere i sensibili vantaggi che (unitamente ai momenti deliberativi) essi potrebbero generare per un rilancio dei sistemi politici democratici e della loro capacità inclusiva. “Gli IDD potrebbero essere utili nella ricerca non già di una irrealistica sintonia perfetta” con la volontà popolare, “bensì di un miglioramento del policy-making” nel senso di “incrementare la corrispondenza tra le scelte adottate e le preferenze” della cittadinanza (vedi nota).

Ipotesi di revisione costituzionale

Occorre al contempo ridurre al minimo certi rischi. In effetti, se si avessero iniziative scaturite da gruppi esigui di proponenti, con un quorum di approvazione molto basso o assente, nonché a esito irriformabile, ovvero modificabile con grande difficoltà, ciò potrebbe consentire a gruppi sociali piccoli e coesi, oppure ad attori economici ben provvisti, di imporre alla collettività la propria posizione minoritaria su singole questioni, facendo leva sul fatto che la maggioranza della popolazione se ne disinteresserà e non andrà a votare. Occorre quindi essere consapevoli di tale eventualità e prevedere numeri di firmatari e quorum di approvazione adeguatamente elevati, materie non ammesse, nonché percorsi di riforma successiva non eccessivamente ardui. Ancora, chiedere ai cittadini di esprimere un sì o un no su un quesito stabilito da un comitato referendario può escludere dal campo decisionale aspetti importanti. Se poi si esagera con l’impiego degli IDD si crea disaffezione. Vi è poi il già richiamato pericolo di manipolazione. Queste e altre potenziali criticità, peraltro, sono evitabili.
Alcuni noti casi in cui si è tentato di creare una miscela sinergica tra le tre forme di democrazia concernevano percorsi di revisione costituzionale (si pensi all’Islanda e all’Irlanda). Si può anche guardare alla disciplina dell’iniziativa legislativa popolare, o a quella dei referendum propositivi di nuovi provvedimenti legislativi, valorizzando tanto i campioni quanto i gruppi specialistici di cui sopra. Ho suggerito che il momento più adatto per farli entrare in gioco, a fronte di una proposta dal basso, sia “prima della raccolta delle firme. Se […] emergessero indicazioni di modifica e i proponenti dell’iniziativa le recepissero, avremmo così avuto uno snodo deliberativo capace di affinare la proposta iniziale. Se invece i suggerimenti venissero respinti” verrebbe prospettata “ai potenziali firmatari” anche una formulazione alternativa, scaturita dalla fase deliberativa. “Se sia la proposta originaria sia la contro-proposta totalizzassero il numero di firme richieste – cosa per nulla scontata […] – l’assemblea legislativa potrà operare una sintesi. Soltanto ove ciò non avvenisse” si chiederebbe “al corpo elettorale di esprimersi sulle due alternative” (vedi nota), se si tratta di referendum propositivo. La normativa che ne scaturirebbe potrebbe poi essere resa rivedibile dopo un certo arco di tempo da parte dell’organo legislativo, attraverso una procedura rinforzata.
La democrazia rappresentativa, quella deliberativa e quella diretta presentano, ciascuna per proprio conto, distinti aspetti problematici, sui quali qui non mi soffermo oltre e che sono peraltro ampiamente conosciuti. Esse possono essere messe aprioristicamente l’una contro l’altra, oppure integrarsi e sostenersi vicendevolmente. Volendo salvaguardare e rivitalizzare i sistemi politici democratici, questa seconda strada sembra la più fruttuosa.

 

*Il presente articolo riprende, in parte, un mio scritto cui rinvio: “Gli istituti di democrazia diretta e la loro incidenza sui processi deliberativi e sulle politiche pubbliche”, in Amministrazione in cammino, 27/9/2019, www.amministrazioneincammino.luiss.it.

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L'autore

Antonio La Spina è professore di Analisi e valutazione delle politiche pubbliche e Politiche sociali e del lavoro al Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss


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