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Il GOP a un bivio. La sconfitta elettorale significa la fine del trumpismo?

11 milioni di voti in più 

Dopo quanto è successo in questi giorni si è aperta una fase ancora più delicata della politica USA. Partiamo dai numeri. Il 3 Novembre Trump ha perso ma hanno votato per lui più di 74 milioni di elettori. Rispetto al 2016 ha guadagnato più di 11 milioni di voti. A differenza del 2016 sono tutti elettori che hanno avuto modo di conoscerlo durante i quattro anni della sua presidenza. Il velo di ignoranza non può più essere invocato come giustificazione del voto. Questi sono elettori che lo hanno votato sapendo perfettamente chi votavano. Trump non è un alieno. E’ il prodotto di cambiamenti profondi nella società americana verificatisi negli ultimi venti anni. L’assalto al Campidoglio può cambiare gli umori e le preferenze di chi lo ha votato il 3 Novembre ?  Può rappresentare una svolta ?  E’ questa la fine del trumpismo ?

Assalto alla democrazia

Prima degli eventi drammatici di questi ultimi giorni l’opinione diffusa era che Trump avrebbe continuato a fare politica dopo la sua uscita dalla Casa Bianca. Unico caso di presidente uscente dai tempi di Teddy Roosevelt, più di cento anni fa. Adesso non è più così sicuro. Soprattutto non è certo che, se decidesse comunque di farlo, la sua voce avrebbe lo stesso peso di prima. Quasi certamente no. Ma qualunque sia la sua decisione resta il fatto che il nocciolo duro del suo elettorato (30-40 milioni ?) non sparirà. Basta vedere il risultato del sondaggio-lampo fatto da You Gov. il 68% degli elettori repubblicani non pensa che  l’assalto al Campidoglio rappresenti una minaccia per la democrazia mentre il 93 % dei democratici pensa il contrario.
Questa è la ragione di fondo per cui, nonostante tutto quello che è successo, 147 parlamentari repubblicani su 255  (il 57%), nel momento solenne della certificazione della nomina di Biden, hanno scelto di contestarne la legittimità schierandosi apertamente dalla parte di Trump. Sono otto i senatori e 139 i rappresentanti repubblicani che hanno votato no alla certificazione del risultato dell’ Arizona e/o della Pennsylvania.
Ci sono ben pochi dubbi sulle motivazioni. Due dei senatori contestatori, Josh Hawley del Missouri e Ted Cruz del Texas, hanno ambizioni presidenziali. I 139 rappresentanti tra due anni devono affrontare la rielezione. Tutti cercano i voti della base trumpista. La maggioranza di loro è eletta in distretti di destra profonda. Tutti vogliono evitare di essere sfidati in una elezione primaria che potrebbe essere organizzata da candidati considerati più trumpiani di loro.

Il “ricatto” delle primarie

Il ricatto delle primarie è una delle armi più efficaci in mano a Trump per continuare ad esercitare influenza sul GOP. Può aizzare contro incumbent repubblicani sgraditi candidati rivali a lui fedeli. Lo può fare perché ha a disposizione una base di attivisti irriducibili e motivati. E questo difficilmente cambierà nel prossimo futuro. Il ricatto funziona soprattutto sui membri della camera bassa che per via del mandato più breve e delle circoscrizioni elettorali più piccole sono più sensibili agli umori della base. Non è un caso che la maggioranza del gruppo parlamentare repubblicano alla Camera lo abbia seguito. Ma nessuno può dirsi al sicuro. Ne sa qualcosa il senatore dell’Arkansas, Tom Cotton, che dopo aver annunciato pubblicamente la sua decisione di non contestare l’elezione di Biden è stato oggetto di questo tweet da parte di Trump con tanto di maiuscole ‘ Senatore Cotton, i repubblicani hanno virtù e difetti ma una cosa è certa NON DIMENTICANO MAI ‘
Lo strumento delle primarie, nato per democratizzare la selezione dei candidati all’interno di partiti dominati da gruppi di potere, è diventato oggi uno dei fattori più rilevanti dietro la polarizzazione della politica USA.  E questo vale a destra come a sinistra. Ma a sinistra non c’è un Trump. Almeno per ora.

Il peso dell’eredita del presidente uscente

Resta da vedere cosa farà il GOP dopo gli eventi del 6 Gennaio e la bruciante sconfitta in Georgia. Il partito è diviso al vertice e alla base. Nello stesso sondaggio di You Gov già citato il 45 % degli intervistati repubblicani hanno dichiarato di approvare l’irruzione in Campidoglio contro il 43 % che l’ hanno condannata. E’ una conferma indiretta che Trump continua ad avere un seguito personale dentro il partito. Un fatto rilevato direttamente a partire dal 2019 dai sondaggi di NBC/Wall Street Journal secondo cui in media il 46.6 % degli elettori repubblicani si considerano più sostenitori di Trump che sostenitori del partito. Quanto al vertice, la maggioranza dei senatori e la leadership del partito al Senato ( ma non quella alla Camera) si sono dissociati da Trump nel voto del 6 Gennaio, ma per ora solo pochissimi lo hanno condannato esplicitamente.  Ieri il Comitato Nazionale Repubblicano ha rieletto come presidente- senza alcuna opposizione- Ronna McDaniel, una alleata di Trump. Quale sarà il rapporto tra il presidente uscente e il suo partito dopo il 20 Gennaio è una storia tutta da scrivere. Una storia complicata e conflittuale che dipenderà molto da quello che Trump deciderà di fare ma anche dai guai giudiziari che potrebbe dover affrontare per reati fiscali o per incitazione alla violenza. In ogni caso con o senza Trump il partito repubblicano dovrà decidere che fare della sua eredità. La sua ombra peserà a lungo sul GOP e sulla politica USA. In attesa di un nuovo leader che sappia tenere insieme le diverse anime di un partito profondamente diviso. E tra due anni si vota.

Articolo precedentemente apparso sul Sole 24 Ore. Riprodotto per gentile concessione

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