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Ascesa e declino del decennio nazionalista. Il fallimento delle ideologie calde e l’importanza del liberalismo seppur tiepido

C’é parecchio disordine nel mondo democratico. Tutte e due le sponde dell’Atlantico sono attraversate da instabilità politica. In America,  il presidente eletto Joe Biden sta per giurare in assenza del precedente presidente (non avveniva dal 1869), per di più in un Campidoglio circondato da 20 mila soldati della Guardia nazionale. Sembra un Paese sull’orlo di una guerra civile. In Europa, non c’è una guerra civile, ma vi sono forti contrapposizioni tra gli stati, oltre che astiose divisioni al loro interno. Sotto la pressione di una pandemia divenuta ancora più aggressiva, molti Paesi europei sono sottoposti a spinte centrifughe. Dietro questo differenziato disordine vi sono specifiche ragioni, ma certamente le conseguenze del nazionalismo si fanno sentire. Vediamo meglio.

Il decennio che si è appena concluso ha registrato quasi ovunque l’ascesa del nazionalismo. Per nazionalismo intendo un’ideologia politica che esalta l’unitarietà del popolo nazionale e promette la sua protezione da qualsiasi sfida esterna. Di fronte agli effetti della crisi economica e poi migratoria del decennio scorso, il nazionalismo ha fornito la narrativa per rivendicare la necessità della chiusura delle società nazionali (“to take back control”). Nel 2016 i britannici hanno votato per lasciare l’Unione europea (Ue), gli americani hanno scelto Donald Trump per la sua promessa di perseguire America First, contemporaneamente si consolidavano i governi nazionalisti dei Paesi dell’Europa centro-orientale per il loro atteggiamento anti-immigrazione, poco dopo forze nazionaliste si sono avvicinate al governo in Francia (2017), sono diventate la terza forza nel Bundestag tedesco (2017), hanno conquistato il governo in Italia (2018), hanno destabilizzato la Spagna obbligandola a due elezioni parlamentari in pochi mesi (2019). Seppure diversi, quei nazionalismi avevano un comune nemico: l’apertura e le sue conseguenze. Dopo tutto, la globalizzazione e l’europeizzazione si erano sviluppate attraverso processi di de-regolamentazione delle protezioni nazionali che avevano lasciato senza difese aree territoriali, settori economici e gruppi sociali (privi del capitale sociale per adeguarsi ai cambiamenti). Processi giustificati da una visione tecnocratica e apolitica dei mercati, considerati l’esclusiva arena per la legittimazione dell’ordine sociale. Come disse l’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan nel 2007, “non fa nessuna differenza chi sarà il nuovo presidente. Il mondo è governato dalle forze di mercato”. Il nazionalismo, ha scritto recentemente John Mearsheimer, ha rappresentato la risposta agli effetti sociali generati da quella visione.

Tuttavia, la risposta nazionalista non ha funzionato. Intanto perché essa, nella sua radicalizzazione, è giunta a mettere in discussione le basi liberali delle democrazie di mercato, come abbiamo visto nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio scorso e come vediamo ogni giorno nell’assalto alle istituzioni e pratiche liberali a Varsavia o a Budapest. Ma soprattutto, perché essa, dopo aver denigrato le istituzioni multilaterali, si è trovata a mani nude per affrontare sfide che andavano al di là dei singoli confini nazionali. Come poteva, il nazionalismo, affrontare sfide sovranazionali o globali come la diffusione delle malattie, il cambiamento climatico, l’innovazione tecnologica, la mobilità della finanza, gli spostamenti delle popolazioni, la trans-nazionalità della ricerca? Basi vedere la risposta alla pandemia. Il Regno Unito di Boris Johnson è più che mai paralizzato dalla sua solitudine nell’affrontare un virus più dinamico dei suoi laboratori, l’Ungheria di Victor Orban ha deciso di ricorrere ad un bizzarro vaccino cinese (non-testato dalle autorità sanitarie europee) per mostrare che non è isolata, l’America di Donald Trump ha dovuto pagare costi umani drammatici per la celebrazione della sua auto-sufficienza. Se è vero che il nazionalismo ha iniziato il suo declino il 6 gennaio scorso, l’alternativa ad esso, in America come in Europa, richiederà però l’adozione di politiche più socialmente consapevoli che nel passato. La società aperta (sul piano nazionale e globale) non impedisce l’adozione di politiche capaci di proteggere interessi nazionali o di riequilibrare le relazioni commerciali internazionali. In America, Joe Biden si è impegnato a riformare l’Organizzazione mondiale dei commerci per meglio proteggere gli interessi del suo Paese. Il Piano economico di ripresa di 1.900 miliardi di dollari, che chiederà al nuovo Congresso di approvare subito dopo l’inaugurazione della sua presidenza, prevede massicci sostegni alle imprese americane e benefici fiscali a chi ‘compra americano’. In Europa, Next Generation – EU consente di rispondere agli effetti economici della pandemia attraverso politiche sovranazionali che responsabilizzano le società nazionali ad essere più moderne ma anche più inclusive (per questa ragione, peraltro, la crisi italiana può giungere a mettere in discussione l’efficacia di quel programma, se non troverà una soluzione coerente con gli scopi di quest’ultimo).

Insomma, di fronte al declino del nazionalismo, occorre recuperare una visione liberale e sistemica della democrazia di mercato. Una democrazia di mercato si basa su logiche diverse (quella economica e quella politica, ad esempio) ed interessi diversi (nazionali e sovranazionali, ad esempio). Non si tratta di scegliere tra stato e mercato (come propone il leader della sinistra francese Jean-Luc Mélenchon), oppure tra sovranità nazionale e sovranazionale (come ritiene il leader conservatore tedesco Friedrich Merz), ma di promuovere politiche distinte per sfide distinte, dotandole tutte delle necessarie risorse per essere efficaci. Una democrazia di mercato è necessariamente pluralista. Per questo motivo è fragile e richiede di essere governata. Mentre l’ideologia nazionalista ritiene che vi sia una ricetta unica (autoritaria o statalista) per tutti i problemi, l’approccio liberale distingue tra i problemi e promuove ‘compromessi dinamici’ (come li chiamava Robert Dahl) tra le varie logiche e i vari interessi. Il liberalismo sarà anche tiepido, ma non dimentichiamoci, guardando l’assalto al Campidoglio, i guasti che continuano a produrre le ideologie calde.

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore. Riprodotto per gentile concessione