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Contro i governi tecnici, per i governi tecnici-politici

La retorica sui politici rapaci

Durante le giornate in cui Mario Draghi è impegnato nelle consultazioni, e dopo il discorso di Sergio Mattarella sull’impossibilità di tenere elezioni a breve, alcuni hanno nuovamente riflettuto sulla legittimità e sulla natura dei cosiddetti governi tecnici. Queste riflessioni generano o presuppongono una certa retorica sulla figura del tecnico e del politico. I sostenitori dei governi tecnici insistono sull’incapacità dei governi politici di risolvere questioni cruciali o di farlo alla luce delle conoscenze fattuali necessarie. Questo modo di vedere presuppone che i politici – tutti o solo alcuni – siano incompetenti o ignoranti oppure che rappresentino interessi e visioni del mondo inconciliabili. Queste argomentazioni articolano la tesi dell’incompetenza necessaria e del disaccordo irrimediabile. La retorica che ne deriva vede i politici, e soprattutto quelli che hanno innescato la crisi di governo, come portatori dei vizi peggiori – attaccamento alla poltrona, ignoranza, disinvoltura cinica, mancanza di eleganza – e il tecnico come esempio di varie virtù – estrema competenza, serietà morale, disinteresse ed altruismo, eleganza. Gli avversari dei governi tecnici insistono, da un lato, sul fatto che i dati fattuali e le conoscenze scientifiche sono sì inerti, neutrali rispetto ai valori, ma per dedurne conclusioni sia necessario adottare valori, scegliere quali interessi privilegiare. In altri termini, le osservazioni, le descrizioni del mondo possono essere tecniche, cioè neutrali, disinteressate. Le decisioni non possono esserlo mai. Per fare l’esempio più ricorrente: i virologi possono elaborare scenari dove si evince quali fasce di popolazione rischiano di più. Ma tocca ai politici, e ai cittadini che essi rappresentano, decidere chi deve correre il rischio. I tecnici sono politici travestiti, rappresentano interessi senza dirlo. Questa è la tesi dell’impossibilità della tecnica e dell’interesse occulto. Da qui deriva una visione del tecnico come mandatario occulto di lobby rapaci e dei politici come difensori degli interessi dei cittadini, e specialmente degli interessi più minacciati e delle fasce socialmente più deboli.

Il terrore di tornare indietro

Dall’altro lato, chi attacca i governi tecnici si concentra sulla mancanza di legittimità democratica. I tecnici non sono eletti, né sono espressione dei partiti o di gruppi che si impegnano nella discussione politica, e quindi mancano dell’autorizzazione per prendere le decisioni inevitabilmente politiche che il governo richiede. I governi tecnici usurpano il potere perché non rappresentano il popolo sovrano. Questa è l’argomentazione del deficit democratico. Ne deriva la visione del tecnico come potenzialmente autoritario e dei politici, o dei partiti politici, come difensori del pluralismo.È ovvio che tutti questi modi di argomentare a favore e contro i governi tecnici si potrebbero formulare in maniera più raffinata. Ma già in questa esposizione schematica emergono punti interessanti. Queste argomentazioni sono irrimediabilmente manichee e derivano da assunti non giustificabili. Per esempio, contro la tesi dell’incompetenza necessaria e del disaccordo irrimediabile si possono muovere le seguenti obiezioni:

  1. non è affatto detto che i politici siano, o debbano essere, incompetenti. Ci sono persone che si impegnano in politica e, per farlo, studiano, pensano, riflettono. Questo non li rende infallibili, né competenti su tutto. Ma neanche i tecnici sono infallibili e onniscienti;
  2. ci sono disaccordi irrimediabili, è vero: ma ce ne sono molti che sono componibili, in maniere ovvie;
  3. non esistono i competenti tout court. La scienza, le tecniche, la conoscenza sono questioni cooperative. Il tecnico più bravo avrà sempre bisogno di esperti e consulenti. Non si vede perché costoro non possano essere a disposizione anche dei politici. Draghi conosce sicuramente molta economia. Ma è l’unico? Ma è nato così, uscendo dalla testa di Federico Caffè? In un paese ricco e avanzato, forse ci sono molte persone che potranno controllare le sue decisioni, come quelle di chiunque altro. Perché dovremmo accontentarci di un tecnico, se possiamo (e dovremmo) avere un’opinione pubblica illuminata? Ma se il problema è che la nostra opinione pubblica non è illuminata, ma anzi è in preda di credenze irrazionali o di fumisterie qualunquiste, non la miglioriamo certo idolatrando un unico supercompetente, che pensi al posto nostro.

I miti sulla tecnica 

Ma anche le due tesi contro la possibilità e l’opportunità di governi tecnici incontrano serie obiezioni. Per esempio: chi l’ha detto che la scienza e la tecnica siano neutrali e le decisioni siano politiche? Gli scienziati fanno politica in maniera ovvia e nel senso più nobile, perché la scienza è animata da valori precisi – per esempio la priorità della verità o della curiosità, la riproducibilità degli esperimenti, l’importanza della logica, e così via, ma anche la benevolenza e la cura per il futuro del genere umano. La divisione weberiana fra scienza e politica è una mossa politica, che deriva da una posizione teorica secondo cui non esisterebbero valori oggettivi, ma si può soltanto negoziare fra prospettive etiche soggettive e incomponibili. È ovvio che i tecnici esprimono valori politici e morali, com’è ovvio che i politici più seri debbano fare aggio sulle migliori descrizioni del mondo. È vero che veniamo da un’epoca di fake news. Ma anche lì c’è un limite. Una fake news che suggerisca l’inesistenza della forza di gravità e inviti le persone a buttarsi giù dalla finestra si autoeliminerebbe per morte dei propri sostenitori.E quest’obiezione porta alla seconda argomentazione, quella del deficit democratico dei governi tecnici. Qui ci sono due osservazioni. In primo luogo, ma veramente la composizione democratica basata sulle maggioranze è l’unica maniera di far politica o risolvere disaccordi? Non ci sono valori oggettivi al di fuori dal gioco democratico? Ed è del tutto insensato che i cittadini affidino, una volta riconosciuti questi valori oggettivi, la loro messa in pratica a qualcuno, sospendendo il giudizio? Ma veramente tutti dovremmo occuparci dei dettagli tecnici del Recovery Fund?

“Checks and balances” della nostra democrazia

Ma mettiamo che una base democratica serva, che ci voglia comunque un consenso, che un’assoluta deferenza alla persona più saggia o più competente sia del tutto ingiustificata per cittadini autonomi e in una società pluralista (e che occuparci del Recovery Fund serva a far emergere l’opinione pubblica riflessiva di cui parlavo sopra). Ovviamente, ci saranno certo valori oggettivi, ma ci sono anche disaccordi rispettabili, la cui unica soluzione è il compromesso o la rappresentanza delle prospettive diverse e contrapposte dei cittadini. Ma anche in questo caso bisognerebbe tenere conto che la democrazia unanime o diretta è impossibile per definizione: se c’è un disaccordo non ci sarà unanimità; se l’unanimità è possibile, allora il disaccordo era solo apparente. E la democrazia maggioritaria ha un deficit ovvio: chi perde subisce le decisioni di chi vince. Si può dire: ma chi perde avrebbe potuto vincere, la sua volontà è rappresentata dall’opposizione parlamentare e il suo status di cittadino eguale è stato assicurato dalla possibilità di partecipare come gli altri alle elezioni, alla discussione pubblica e alla vita politica dei partiti. Ma tutto questo è messo in questione da un governo tecnico che deve comunque avere i voti dei parlamentari eletti? Il governo tecnico esclude forse o limita i diritti dell’opposizione o le prerogative del Parlamento? La dipendenza dell’azione di governo dal Parlamento, che è assicurata in vari modi nel nostro regime, non è forse sufficiente a dare patenti democratiche ai governanti, che essi siano o no eletti? Se Draghi illustra le sue misure in Parlamento e pone fine allo stato di emergenza siamo sicuri che egli sia meno democratico di Conte, che non è stato eletto e ha emanato vari decreti senza ratifica parlamentare dichiarando lo stato di emergenza?