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Verso una transizione ecologica e digitale. L’Italia è ancora ai blocchi di partenza

La situazione in Italia

Il piano Next Generation EU ha sancito il connubio tra digitalizzazione e green economy indicando il percorso di una “duplice transizione” ecologica e digitale come la via maestra per costruire una ripresa economica post-COVID-19 equa, sostenibile e robusta. Se il traguardo auspicato è quello di un’economia green e digitale, è lecito domandarsi: a quale punto del percorso di questa transizione si collocano le imprese italiane e, valutazione ancor più ardua, quanto manca ancora al suo completamento? Concentrando l’analisi sul settore manifatturiero, la strada da percorrere è ancora lunga, e in questa lunga marcia siamo solo ai primi chilometri. Secondo un’indagine svolta da Unioncamere alla fine dello scorso anno – su un campione statisticamente rappresentativo di 3.000 imprese manifatturiere 5-499 addetti – solo il 6% delle imprese è “arrivato al traguardo” o comunque è nel tratto finale del percorso, avendo nel 2020 già investito sia in eco-innovazione sia in digitalizzazione (imprese Green&Digital, G&D), prendendo per quest’ultima come riferimento l’adozione di Industry 4.0. C’è poi un altro pezzo di imprenditoria manifatturiera, circa un quarto (26%), collocato a metà strada, avendo investito nella sostenibilità ambientale o in Industry 4.0 (imprese GorD). La stragrande maggioranza delle imprese, quasi i due terzi (62%), sembra ancora ai blocchi di partenza senza peraltro avere intenzioni di investire né in sostenibilità ambientale né in digitalizzazione (imprese noG&noD); esiste anche una piccola quota di imprese (6%) che sebbene non abbia ancora investito nella duplice transizione ha messo in programma di investire nel green e/o nel digitale (imprese potentialGD).

Distribuzione % delle PMI (5-499 addetti) manifatturiere secondo la posizione verso la duplice transizione ecologica e digitale

pini rinaldi [1]

Fonte: indagine Unioncamere – Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne

Le imprese giovanili

Ma non si può guardare all’Italia nel suo complesso, perché nel nostro Paese il territorio ricopre un ruolo tutt’altro che secondario. Le imprese in maggiore ritardo crescono in rappresentanza al Sud, non a caso una delle tre priorità trasversali del Next Generation EU: le imprese che non hanno investito e nemmeno hanno in programma di investire nella transizione verde e digitale nel Mezzogiorno sono il 66% contro il 61% del Centro-Nord. Le altre due priorità trasversali del Next Generation EU sono i giovani e le donne. Le imprese giovanili, che secondo i dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio, rappresentano un decimo della nostra imprenditoria, costituiscono un “capitale” da valorizzare. Si precisa che nelle statistiche camerali per impresa giovanile/femminile si intende l’impresa in cui la partecipazione del controllo e della proprietà è detenuta in prevalenza da persone di età inferiore ai 35 anni (da donne nel caso di imprese femminili). Se è vero infatti che la quota delle imprese giovanili che hanno raggiunto il traguardo della duplice transizione è più bassa (le imprese G&D sono il 3% tra le giovanili e il 6% tra le non giovanili), è altrettanto vero che tra le stesse imprese giovanili (rispetto a quelle non giovanili) è più elevata sia la quota delle imprese che hanno compiuto almeno un passo verso la transizione verde e digitale (imprese GorD 29% vs 26%), sia la quota delle imprese che non avendo compiuto passi fino adesso prevedono però di compierli (imprese potentialGD 9% vs 5%).

L’imprenditoria femminile

Nell’imprenditoria femminile troviamo un altro aspetto su cui il piano Next Generation EU punta esplicitamente per liberare tutte le sue virtù. In questo caso, sempre sulla base dei dati camerali, stiamo parlando di oltre un quinto dell’imprenditoria italiana, che grazie anche all’impulso delle nuove generazioni sta abbandonando l’etichetta di traditional sectors & necessity-driven sostituendola con quella di knowledge sectors & opportunity-driven (per un’analisi sulla struttura, evoluzione, responsabilità sociale e competitività delle imprese femminili, si veda Unioncamere IV Rapporto Imprenditoria Femminile 2020 [2]. Infatti, non solo la quota delle imprese femminili che hanno raggiunto il traguardo della duplice transizione è uguale a quella delle maschili (imprese G&D 6% in entrambi i casi), ma è più elevata nel caso femminile la quota delle imprese che hanno già compiuto almeno un passo (imprese GorD: 29% vs 25%).

Distribuzione % delle PMI (5-499 addetti) manifatturiere secondo la posizione verso la duplice transizione ecologica e digitale; differenze tra generazioni e genere degli imprenditori

pini rinaldi 2 [3]

Fonte: indagine Unioncamere – Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne

Rimozione delle barriere

Leggere il Next Generation EU nell’ottica delle imprese, di cui il Registro delle Imprese delle Camere di commercio (oltre alle indagini Unioncamere e Centro studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne) rappresenta un importante punto di osservazione che si rivela utile nel supportare la modellazione delle policy a seconda delle specificità dei sistemi imprenditoriali dei singoli territori. In questo, le istituzioni territoriali giocano un ruolo determinante perché “vivono” il territorio, conoscendo da vicino forze, debolezze, opportunità e minacce, rivelandosi  fondamentali da molti punti di vista: dalla  diffusione della consapevolezza nel sistema imprenditoriale di quale è la giusta direzione da intraprendere, alla rimozione delle barriere che spesso ostacolano le PMI nel compiere il primo o il secondo passo verso la frontiera dell’innovazione: «institutions directly determine what arrows a firm has in its quiver as it struggles to formulate and implement strategy, and to create competitive advantage» (Ingram, P., & Silverman, B. “Introduction: The new institutionalism in strategic management, Advances in strategic management”, Vol. 19, Emerald Group Publishing Limited, Bingley, 2002, p.20).

Tenere il passo con il cambiamento

Certo è che il momento “epocale” richiede lo sviluppo di una nuova cultura imprenditoriale, nuovi modelli di business e nuove conoscenze necessarie per restare o diventare competitivi. Infatti, un ritorno ai livelli produttivi pre-COVID-19 entro il 2022 (includendo anche i casi in cui non si è mai ridotta l’attività) riguarda ben il 74% delle imprese G&D, a fronte di un di un più ridotto 64% nel caso delle altre (quelle che non hanno traguardato la duplice transizione). E se guardiamo alla velocità dell’innovazione digitale e ambientale, il percorso della duplice transizione verde e digitale sembra trasformarsi in una corsa podistica nella quale occorre tenere il passo, e ciò tanto più per l’Italia, dati i ritardi accumulati nel corso degli ultimi due decenni.