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Il vocabolario di Draghi. Analisi semiotica dei “discorsi” del premier in Parlamento

Con la fiducia ottenuta prima al Senato e poi alla Camera il governo a guida Mario Draghi prende ufficialmente il via. Ampissima la maggioranza che lo sorregge (sia pur con alcune lacerazioni nel Movimento Cinque Stelle) e articolato il programma costruito metodologicamente intorno al principio del superamento del presentismo, ovvero dello schiacciamento della politica in quanto “policy” sul solo tempo del presente, quasi si facesse fatica a riconoscere il ruolo del passato e soprattutto del futuro. Un governo quello di Draghi con un’impostazione marcatamente prospettica che spinge nelle retrovie del dibattito pubblico le considerazioni sulla sua effettiva durata: tema quest’ultimo intorno al quale si sono innescate alchimie ermeneutiche (al momento poco rilevanti, sebbene interessanti) in ordine alla gestione del post semestre bianco, all’elezione del Presidente della Repubblica e al finale di questa legislatura che sta registrando nel suo svolgimento convulso esperienze di segno diverso. Tra e dentro i partiti. Se il perimetro politico è stato ricercato fin dall’inizio nella sua versione più larga, quello contenutistico è determinato anzitutto dal mandato assegnato a Draghi da Mattarella, il quale nei suoi interventi più recenti ha insistito ripetutamente sulla necessità di affrontare e risolvere le tre emergenze: sanitaria, sociale ed economica.

Quelle di mercoledì 17 e giovedì 18 febbraio sono state per l’ex presidente della Bce giornate lunghe e faticose. Ore e ore ad ascoltare gli interventi e le dichiarazioni di voto e a scrutare i particolari del suo nuovo habitat istituzionale dove si consuma la più delicata delle relazioni connaturate alla repubblica parlamentare e alla sua forma di governo: il rapporto tra Esecutivo e Legislativo. Una relazione che Draghi sembra voler gestire amministrando a pieno la dicotomia quantità-qualità, sapendo che la prima categoria è più debole se non è accompagnata dalla seconda. Qualche segno di stanchezza sul suo volto consapevole e determinato si è registrato solo a conclusione del dibattito alla Camera, ma per il resto abbiamo avuto la riprova dell’attenzione che egli ripone nel valore delle istituzioni che invocano capacità di ascolto sul che cosa e sul come, quest’ultimo premessa indispensabile per arrivare al dialogo e poi alla sintesi.

La semiotica, in quanto scienza che studia i segni, può essere un supporto valido per rintracciare le dinamiche attraverso le quali è stato attivato il processo di significazione delle sue politiche. Quella che si propone in questo articolo è un’analisi del discorso, anzi dei discorsi. Cominciamo con quello pronunciato al Senato mercoledì 17 febbraio quando da poco erano passate le dieci del mattino. A seguire ci occuperemo dell’analisi della replica alla Camera il giorno dopo, poiché essa è stata strutturata quasi come un “discorso-coda” delle dichiarazioni programmatiche consegnate per iscritto all’Assemblea di Montecitorio. Una sottolineatura verrà fatta anche in relazione alla replica fatta a Palazzo Madama.

Il primo discorso di Mario Draghi da Presidente del Consiglio è durato 51 minuti. Una traiettoria concettuale solida la sua, avviata con l’analisi delle condizioni che hanno agevolato la nascita del “governo del Paese” (come egli stesso lo ha definito) e portata a termine con l’asserzione finale “l’unità è un dovere, non un’opzione”. Espressione apparentemente neutra quella di “governo del Paese”, eppure proprio nella sua neutralità in grado di segnalare il disegno strategico posto alla base dell’appello rivolto alle forze politiche: “non un passo indietro rispetto alle proprie identità, piuttosto un passo avanti”. Sì, ma verso dove? Verso il perseguimento degli interessi dell’Italia e degli italiani. Due lemmi questi ultimi molto presenti nel discorso programmatico tenuto davanti al Senato anche attraverso il ricorso a soluzioni verbali altre come “cittadini” e “cittadinanza” o come “famiglie” e “imprese”. Si tratta di territori di senso nei quali ricercare le ragioni dell’appartenenza, la coesione sociale, l’opportunità di remare tutti nella stessa direzione.

Definito il campo semantico del suo discorso è utile evidenziare, prima ancora di entrare nel merito dell’esame dei significanti più utilizzati, quanto la comunicazione di Draghi sia ispirata al pragmatismo e all’essenzialità, alla concretezza e alla contestualità. Ci siamo già occupati di questo argomento in un altro articolo per Luiss Open, ma vale la pena di ricordare due elementi. Da un lato vi è la ricerca della fattualità (le emergenze da affrontare e le cose che finora non sono andate bene). Dall’altro vi è il vincolo della dimostrabilità e delle evidenze empiriche (come nel caso dell’ampio ricorso ai dati). Una questione anche di merito che potrebbe rappresentare una costante nella gestione della complessità dei flussi che si producono con l’intreccio dei tre piani: quello della comunicazione istituzionale del premier e dei ministri tecnici; quello della comunicazione dei ministri politici; quello della comunicazione dei leader politici di maggioranza.

Nella costruzione sintattica e lessicale di Draghi non sono mancate formule binarie, come per esempio “senza l’Italia non c’è l’Europa e fuori dall’Europa c’è meno Italia”, oppure “un buon pianeta e non solo una buona moneta”. Tutto ciò, a riprova del fatto che per il premier la politica è anzitutto capacità di sintesi e di mediazione. Anche nel linguaggio. O, forse dovremmo dire posto il peso della comunicazione nella postmodernità, soprattutto nel linguaggio.  Chiaro altresì l’intento di utilizzare codici inclini all’empatia, come per esempio accaduto quando egli ha generato tra i parlamentari e nel pubblico televisivo a casa engagement di fronte a qualche piccola difficoltà tecnica (microfono spento, timing, linguaggio dello sguardo, ecc.). Non è mancato l’uso delle metafore, come quella relativa alla presa d’atto circa il fatto che la pandemia non ha causato “un’interruzione di corrente”, per cui “prima o poi la luce ritorna e tutto ricomincia come prima”. Il Covid-19, al contrario, ha determinato qualcosa che reclama “resilienza”, “cambiamento”, “sostenibilità”, parola quest’ultima che nel suo corrispettivo anglosassone e francese ne svela la centralità più di quanto non accada con la lingua italiana.  Attenzione, però, perché una metafora non è solo una figura retorica. E’ anche una struttura concettuale che alimenta processi di identificazione cognitiva ed emozionale.

L’economista Schumpeter sosteneva che l’innovazione si produce o distruggendo e contemporaneamente creando qualcosa di nuovo, oppure combinando e trasformando ciò che già esiste. Non è una differenza di poco conto. Sono il cambiamento e l’innovazione il frame all’interno del quale interpretare i concetti chiave che Draghi ha depositato uno alla volta tra le righe del suo discorso, scritto in blocchi tematici prima di essere scandito con sobrietà e autorevolezza nell’aula del Senato. Nel complesso egli ha ricercato un’intonazione non dubitativa, ha optato per un’intensità di voce rassicurante e consapevole, ha scelto un’orientazione frontale e una postura decisa, ha fatto economia di gestualità e mimica facciale, ha mostrato scarsa propensione all’aptica, ricercando minimalismo prossemico. Insomma, un uso misurato del mix di linguaggi verbali, paraverbali ed extraverbali e dell’intreccio tra prosodia e cinesica. I blocchi tematici hanno riguardato il contesto politico, lo stato del Paese dopo un anno di pandemia, le priorità per ripartire a cominciare dalle vaccinazioni, la parità di genere, il Mezzogiorno, gli investimenti pubblici, Next Generation Eu, gli obiettivi strategici, le riforme del fisco, della pubblica amministrazione e della giustizia. Insomma, una vera e propria mappa concettuale per l’intero esecutivo e per l’Italia.

Il programma del nuovo governo si è mosso dall’enunciatore (Draghi) all’enunciatario (sistema politico e opinione pubblica) sospinto dal significato connotativo delle parole più pronunciate: “responsabilità”, “impegno”, “ripresa”, “crescita”, “giovani”, “donne”, “Europa” (sei volte); “investimenti” e “lavoro” (cinque volte); “emergenza”, “riforme” (quattro volte); “futuro”, “ricostruzione”, “disuguaglianza”, “fiducia” e “transizione” (tre volte). Un sostantivo quest’ultimo adoperato insieme agli aggettivi “ecologica”, “digitale”, “culturale” a voler evidenziare la multiformità del traghettamento verso il futuro di modelli gestionali, processi produttivi e capitale umano. Il senso dell’esecutivo Draghi è iscritto nel suo vocabolario. Un vocabolario che genera un doppio effetto: consapevolezza e visione. Due obiettivi perseguibili solo con la condivisione, il coraggio, il merito e la voglia di “sistema”.

Veniamo ora alla replica alla Camera. È stata di quattordici minuti. Se in quella al Senato la conclusione era finalizzata a sottolineare che la “stima dovrà essere giustificata” quasi a voler ricordare a sé stesso il significato di un’aspettativa così elevata e di un apprezzamento così vasto, nella replica a Montecitorio Draghi ha preferito esprimere una speranza, quella della condivisione di uno “sguardo costantemente rivolto al futuro”. Non una semplice sottolineatura, tanto più un artificio retorico, ma la volontà tutta politica di certificare che è la dimensione diacronica più che quella solo sincronica a “ispirare lo sforzo comune” verso il superamento delle emergenze dovute alla pandemia. In questo secondo “discorso” Draghi ha riservato molta attenzione alle piccole e medie imprese che sono, com’è noto, la spina dorsale del nostro sistema produttivo. Per loro ha immaginato interventi in due tempi: uscita dalla fase emergenziale a breve termine e “internazionalizzazione”, “accesso al capitale”, “investimenti”, “crescita”, “sviluppo” “transizione” (parole che tornano anche qui), “competitività”, “tutele” (del made in Italy) nel medio e lungo termine.

Altro argomento affrontato (anche) nella replica alla Camera è stato quello della corruzione, parola di cui Draghi ha messo in evidenza le implicazioni economiche: “fattore disincentivante”, “effetti depressivi”, “prevenzione”, “legalità” in quanto base di partenza per tutti gli interventi in questo ambito, “efficacia”, “trasparenza” come base della responsabilità, “semplificazione” della pubblica amministrazione. Già la sola parola “prevenzione” segnala una portata semantica assai ampia, liberando un potenziale operazionale enorme nell’ottica di sciogliere i nodi che impediscono di garantire efficacia e tempestività alla burocrazia.

Lo studioso di comunicazione non può non notare un altro passaggio ricco di spunti, quello nel quale il Presidente del Consiglio, sempre in sede di replica a Montecitorio, parlando dei dati sulla criminalità (migliorati durante gli anni) ha invitato il suo governo a rendere più performante il contrasto dei reati, partendo però dalla realtà percepita. Egli ha detto testualmente: “deve essere la percezione a guidare l’azione, a stimolare un’azione sempre più efficace”. Una conferma, dunque, di quanto molti approcci scientifici (dalla comunicazione di massa al marketing) sostengono da tempo e cioè che i comportamenti umani sono determinati dalla realtà rappresentata o auto-rappresentata, e quindi percepita, più che dalla realtà così com’è. Non una scoperta recente, posto che a porre per primo questo problema fu Kant.

Da Draghi riferimenti anche allo sport. Il premier ha ricordato quanto questo mondo sia “profondamente radicato nell’immaginario collettivo”. Importante il fatto che egli, per rimanere sempre sul terreno della semiotica, abbia voluto evidenziare la multidimensionalità dello sport ricordando le molteplici ricadute di questa pratica in ambito sociale, valoriale, culturale, produttivo, tecnologico, politico e sanitario. Non è un caso che il sociologo De Knop abbia parlato di “sportivizzazione delle società contemporanee”.

Traiamo delle conclusioni, ricordando il ruolo di quelli che Greimas chiamava gli attanti. Il “destinante” è certamente il Paese nella sua complessità e nella sua capacità di riscatto. Il “soggetto” è sì un governo misto, composto da tecnici e politici, legittimato dalla fiducia del Parlamento e da una scelta fatta dall’istituzione più autorevole del nostro Paese, il Quirinale, ma è soprattutto la persona di Mario Draghi con l’alta considerazione di cui gode a livello nazionale e internazionale. Gli “opponenti” non sono elementi fisici, ma aspetti culturali. Essi vanno rintracciati perciò nella difficoltà a misurarsi con l’esigenza di un cambio radicale di mentalità. Gli “aiutanti” sono sì i partiti politici, ma anche gli italiani tutti, chiamati a supportare nella quotidianità questa sfida protesa a superare l’emergenza, che è poi il vero ”oggetto di valore” unitamente allo spirito di coesione e alla ripresa. La semiotica di Draghi consegna, dunque, uno schema lineare nel quale “destinante” e “oggetto di valore” coincidono. Come, del resto, coincidono (o dovrebbero coincidere) gli interessi degli italiani nel muoversi verso un’unica direzione.

Il cambio di passo è appena cominciato. Speriamo sia contagioso.