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Meno fiori, più diritti: è questo l’unico modo per celebrare la donna

Che cos’è un simbolo? Se volessimo rispondere a questa domanda in modo sintetico ed intuitivo potremmo dire che per “simbolo” si intende un segno distintivo e rappresentativo. In modo più scientifico, ricorrendo anzitutto al contributo della semiologia, si può sostenere invece che simbolo è il segno il cui significante sviluppa un rapporto convenzionale con il significato in base a processi di accettazione collettiva, riconoscibilità e identificazione. A questo almeno si riferiva Peirce nei suoi lavori. La semiologia ha lavorato anche su altre categorie, come per esempio le “icone” o gli “indici” (parimenti a quanto ha fatto la sociologia in ordine agli “stereotipi”), ma sono i simboli la chiave di volta per comprendere ciò che riesce ad evocare nell’immaginario collettivo un’idea o una categoria concettuale. Tutto ruota, sia nell’accezione semplificata sia in quella elaborata, intorno al meccanismo dell’accostamento del piano fisico a quello metafisico. Accostare per significare. Accostare per condividere. Accostare per mobilitare.

È proprio seguendo questa traiettoria concettuale che possiamo svolgere alcune considerazione sul valore reale e su quello percepito della festa della donna. Un conto è ciò che corrisponde alla considerazione generale, a maggior ragione quando essa è canalizzata nel discorso pubblico tramite i percorsi del politicamente corretto, talvolta con palesi forzature. Un conto è la messa in pratica quotidiana di pratiche fondate su atteggiamenti profondi e azioni misurabili pragmaticamente: pari opportunità sostanziale e non formale; contrasto senza esitazione alla violenza di genere; superamento del linguaggio sessista nella comunicazione di massa (a partire dalla pubblicità) ma anche in quella politica, riequilibrio di genere nella vita, ad ogni livello. I simboli servono a sollecitare la presenza di un tema nella sfera pubblica. Servono a segnalare fenomeni. I gesti sono il prodromo delle azioni. Che a loro volta sono i mattoni attraverso i quali edificare i comportamenti. Che a loro volta sono lo specchio dei convincimenti. E che a loro volta sono l’architrave della cultura e delle culture.

È difficile pensare che il delicato e (purtroppo) ancora controverso tema del ruolo delle donne nelle società post-moderne possa essere contenuto nel perimetro ristretto di una sola giornata, sebbene ad alto valore simbolico, come appunto lo è quella dell’otto marzo. È difficile pensare che si possa avere la coscienza a posto solo parlando di questo argomento, nonostante l’occuparsene e il dibatterne non siano affatto un’operazione scontata, posto che la quota d’indifferenza è ancora molto alta e le insidie, le distorsioni, le dispercezioni ancora numerose. Né alla fine è conveniente concentrarsi ossessivamente solo sull’uso al maschile o al femminile del proprio “job title”. Serve qualcosa di nuovo e di diverso. Qualcosa che sappia recuperare l’asse diacronico (passato, presente, futuro) nella sua evoluzione naturale, ma anche i significati connotativi delle diverse esperienze. È necessario passare dalla dimensione dell’eccezionalità e dell’anormalità (che oltretutto enfatizza la distanza tra identità e alterità) a quella della regola e della normalità. Le tematiche relative al ruolo culturale, lavorativo, familiare, sociale della donna devono recuperare un’autentica trasversalità spazio-temporale se si vuole fare un definitivo salto di qualità.

Rispetto, considerazione, diversità (come valore aggiunto e non come elemento di penalizzazione), uguaglianza, merito, non possono limitarsi ad essere slogan da scandire in determinati periodi dell’anno o davanti a determinati filoni di notiziabilità, spesso drammatici se non tragici. Devono rappresentare le bussole di azioni reali quotidiane. I simboli aiutano l’innesco dei processi di significazione, ma poi serve un motore più potente per procedere con concretezza in direzione del perseguimento degli obiettivi sistemici. Senza schematismi ideologici. Anzi, recuperando uno sguardo lungo (ovvero prospettico) e largo (ovvero trasversale). Uno sguardo totale, universale, inclusivo, completo, fondato non sulla sola connessione, ma anzitutto sulla comunicazione, cioè sulla messa in comune di valori e credenze. Serve un approccio che sappia risolvere il problema della bassa occupazione femminile, della disparità di trattamento economico tra sessi, delle difficoltà a creare e gestire l’equilibrio famiglia-lavoro, a maggior ragione nel contesto pandemico. Il Global Gender Gap Report 2020 ci colloca al settantaseiesimo posto nel mondo, in Europa davanti solo a Repubblica Ceca, Grecia, Malta, Cipro e Ungheria. Sono dati che non possono essere ignorati o sottovalutati.

Se oggi donerete ad una donna un mazzettino di mimose, ricordate il valore simbolico di questo fiore primaverile, alla portata di tutti, scelto da Teresa Mattei, Teresa Noce e Rita Montagnana alla fine della Seconda guerra mondiale. Ricordate il valore simbolico di questa giornata internazionale nata alla fine degli anni Settanta per richiamare l’attenzione del mondo sul tema della parità dei diritti tra uomini e donne. Ma per favore non fermatevi a questo. Andate oltre. Ricercate le ragioni di questa festa nelle intenzioni, nelle aspirazioni, nelle motivazioni, nelle relazioni di tutti i giorni. E fatelo con generosità, con consapevolezza e con sensibilità. Fatelo con convinzione e non per convenzione.