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Draghi e l’impatto sul futuro dei partiti

Come un sasso nello stagno, la formazione del governo Draghi ha attivato onde che stanno impattando sui nostri partiti. Le prime onde hanno colpito i partiti che avevano sostenuto il precedente governo, ma altre seguiranno in direzione dei partiti della precedente opposizione. Invece di affrontare le ragioni di tali impatti, la politica (e i suoi media) è interessata alla domanda: “il governo Draghi, è di destra oppure di sinistra?”. Sembra di assistere alla Disputa di Valladolid, quando, nel 1550-1551, ci si domandava: “gli indios, dell’America centrale e meridionale, hanno un’anima oppure no?”. L’ortodossia pensa sempre che la realtà debba corrispondere alle proprie categorie (e non viceversa). Conosciamo gli esiti. Il governo Draghi (nella realtà) è la risposta alla difficoltà culturale, delle rappresentanze politiche emerse dalle elezioni del 2018, a fare i conti con la complessità prodotta dalla pandemia. E’ un governo di policies (di cose da fare) e non di politics (di collocazione politica). Il suo compito è ricostruire, nel contesto del programma di Next Generation-EU, l’infrastruttura (economica, sociale ed istituzionale) che dovrà collegare il nostro Paese all’Unione europea (Ue). Se il governo Draghi guarda al futuro, la politica sembra avere gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore. Come uscirne?

Per molti politici (e giornalisti), la crisi indotta dalla pandemia ha rinvigorito la tradizionale distinzione tra sinistra e destra. Per quelli di sinistra, la crisi è la dimostrazione della centralità riacquisita dallo stato. Solamente lo stato poteva intervenire per sostenere il reddito dei gruppi colpiti dalla crisi, oppure per garantire la salute pubblica, o ancora per disciplinare i comportamenti collettivi. Ne consegue che occorre rilanciare il ruolo economico dello stato, riportandolo dentro la stessa gestione delle imprese privatizzate negli anni Novanta del secolo scorso. Attraverso lo stato imprenditore, si tratta di politicizzare il mercato, non solo di neutralizzare le sue esternalità negative (come aveva argomentato Karl Polanyi). Per i politici di destra, la pandemia ha dimostrato piuttosto il contrario, ovvero che il mercato rischia di essere soffocato dall’invasione statale. Ne consegue che lo stato deve deregolamentare, non già decidere se i cittadini potranno andare o meno al ristorante. Gli aiuti finanziari di Bruxelles debbono servire a ridurre le tasse, così da far dimagrire lo stato e liberare gli ‘spiriti animali’ del mercato (come aveva proposto Friedrich von Hayek).

Questo dibattito è ideologico in quanto non tiene conto né dell’esperienza né del contesto. L’esperienza ha mostrato che lo stato è anche un sistema di corporazioni e di rendite, non solamente l’espressione dell’interesse pubblico. L’esperienza ha mostrato che il mercato è anche un sistema di particolarismi incapaci di auto-regolarsi, e non solamente il produttore di ricchezza sociale. Ma, soprattutto, quel dibattito non considera il cambiamento di contesto in cui si svolge (oggi) il rapporto tra stato e mercato. I processi di globalizzazione, in particolare il processo di integrazione europea, hanno destrutturato e ristrutturato sia lo stato che il mercato. In Europa, non c’è più lo stato nazionale novecentesco, ma quest’ultimo si è trasformato nello stato membro dell’Ue. Lo stato inteso come organismo funzionale unitario ha lasciato il posto allo stato delle politiche (il policy state di Karen Orren e Stephen Skowroneck). Lo stato gestisce alcune politiche insieme ad altri stati e alle autorità europee e altre politiche da solo. La “riconfigurazione” dello stato (per dirla con Desmond King e Patrick Le Galès) si è sostanziata in una sua costante disarticolazione/riarticolazione in relazione ai compiti che è chiamato ad assolvere. Ad esempio, prima della pandemia la politica sanitaria era una competenza interamente nazionale. La pandemia ha disarticolato quella competenza, spingendo gli stati europei a coordinarsi per giungere a decisioni e risorse comuni, da implementare poi secondo le specificità di ogni singolo stato. Così, per poter garantire la salute dei propri cittadini, l’azione statale ha dovuto svolgersi a più livelli, sovranazionale, nazionale e regionale. Tuttavia, non sono mancate insufficienze, anche gravi. Piuttosto che parlare astrattamente dello stato, occorrerebbe invece pensare a strategie per dotare quei diversi livelli di policy di capacità e legittimità distinte. Sabino Cassese ha scritto che lo stato consiste in un insieme di organizzazioni e amministrazioni che articolano la governance di policies transnazionali oltre che nazionali. Giuliano Amato ha spiegato come le corti costituzionali siano divenute articolazioni nazionali di un diritto europeo. Dov’è lo stato? Ma anche il mercato nazionale non esiste più in quanto tale (e da molto tempo). Il suo funzionamento è stato ridefinito dalla integrazione economica e monetaria. Quest’ultima ha istituzionalizzato l’interdipendenza tra le economie nazionali all’interno di un ordine legale basato su un sistema assai preciso di regole (le quattro libertà del mercato unico). Come ha argomentato Wolfgang Schäuble, quelle regole si sono dimostrate efficaci a proteggere la concorrenza interna, molto di meno a garantire l’indipendenza farmaceutica e scientifica esterna dell’Ue in tempi di pandemia. Dov’è il mercato? Piuttosto che parlare astrattamente del mercato, occorrerebbe pensare a strategie per armonizzare interessi nazionali ed europei all’interno del mercato sovranazionale.

Insomma, il governo Draghi non rappresenta la fine della politica, bensì della politica come l’abbiamo finora conosciuta. L’Italia ha bisogno che si affermino leadership politiche in grado di comprendere la strutturale trasformazione intervenuta nei rapporti tra stato e mercato per via dell’integrazione sovranazionale. Per ricostruirsi come forze di governo, la sinistra e la destra dovranno proporre programmi che sappiano affrontare le conseguenze di quella strutturale trasformazione. La prima potrà accentuare il carattere sovranazionale e la seconda quello nazionale del processo di integrazione, ma entrambe dovranno partire dalla realtà di quest’ultimo. Occorre andare oltre Valladolid, promuovendo leaders che abbiano l’intelligenza per capirlo.

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore. Riprodotto per gentile concessione.