L’ottimismo della ragione può rigenerare l’Italia

22 marzo 2021
Editoriale Europe | Focus Ripresa
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Il pessimismo sul futuro dell’economia pesa direttamente sulle decisioni di investimento. In Italia, tuttavia, a differenza che in altri paesi, a pesare ancora di più sono gli eventi politici. Se si osservano i grafici sulle “condizioni per investire”, pubblicati regolarmente dalla Banca d’Italia, si nota che i punti di svolta coincidono in modo non banale con momenti cruciali della vita politica italiana: a fine 2017 la prospettiva, poi realizzatasi, di un governo populista cambiò radicalmente in peggio le intenzioni di investimento; al contrario l’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Monti nel novembre 2011, non coincise solo con una profonda recessione, ma con la ripresa di fiducia degli investitori. Altri momenti di svolta nel clima degli investitori si ritrovano andando a ritroso nel tempo.

Il fattore “ottimismo degli investitori” è forse il più importante da interpretare ora che l’arrivo di Mario Draghi segna un nuovo radicale punto di svolta per la vita pubblica italiana. Rilevazioni affidabili non verranno prima di alcuni mesi, ma vale la pena di ragionare fin d’ora. Non essere pessimisti nel pieno di una pandemia richiederà infatti certamente un ostinato sforzo della ragione sull’istinto. In una recente opera, intitolata “Una volta il futuro era migliore” e carica di ispirazioni, Sabino Cassese ha elencato numerosi motivi e punti di prospettiva per ritenere che l’avvenire che aspetta le giovani generazioni anche in Italia possa essere meno cupo di quanto per convenzione lo dipingiamo. Bisognerà distaccarsi anche da un linguaggio mediatico che considera sfiducia e pessimismo i succedanei più pratici dell’analisi razionale, non essendo essi invece né analisi, né razionali.

Una prima notizia incoraggiante viene dalle recenti previsioni pubblicate dall’Ocse, secondo cui l’economia italiana sarà tra quelle che subiranno meno danni permanenti in conseguenza della recessione pandemica. Può sembrare un’affermazione provocatoria, visto che l’Italia è, al tempo stesso, tra i sistemi ad economia avanzata che hanno subito le perdite di reddito più profonde nell’ultimo anno. Tuttavia, la società italiana sembra aver preservato, pur tra tante crisi, una sua dote di vitalità: da un lato il cambio di direzione politica del paese ha raccolto un ampio consenso tra i cittadini, dall’altra la produttività della manifattura italiana è tornata a crescere negli ultimi cinque anni, incluso nello scorso anomalo anno, più che in Francia o Germania. Ottimismo politico e migliore produttività, se andassero di concerto, rappresenterebbero la base per una ripresa degli investimenti privati.

Da inizio anni Duemila, attraverso le profonde crisi che ben conosciamo, molte imprese italiane sono scomparse, ma a sopravvivere sono rimaste aziende piuttosto solide e che prima della pandemia avevano raggiunto una posizione patrimoniale netta quale forse non avevano mai avuto. È mancata in queste imprese sia la capacità di svilupparsi – la domanda interna italiana è sempre stata troppo debole e la domanda estera ha trainato solo una parte delle imprese – sia la volontà di farlo, proprio a causa di una cultura della paura e del respiro corto che ha segnato la politica del paese negli ultimi decenni, schiacciandone l’orizzonte sul breve termine.

A compensare queste mancanze è chiamato il Piano per la Ripresa e la Resilienza i cui impegni si estendono infatti fino al 2026. Come è noto, l’obiettivo generale del piano è di collegare in modo efficiente alcuni specifici piani di investimento con la realizzazione delle riforme strutturali in quegli stessi settori. Oltre a ciò, i piani saranno completati attraverso lo sviluppo di infrastrutture generali come la banda larga o i trasporti ad alta velocità, mentre a un livello ancora più generale interverranno riforme del sistema fiscale, della giustizia e della Pubblica Amministrazione. Se si fanno i calcoli sui piani disponibili si può stimare che circa 5-6 punti di Pil verranno investiti per facilitare riforme importanti: dall’aggiornamento delle tecnologie digitali (anche nella pubblica amministrazione), alla scuola e la ricerca, e inoltre al sistema sanitario. Altre risorse varranno a compensare i danni della pandemia e quindi a mantenere viva la domanda interna.

La scrittura del Piano è fondamentale perché gli impegni presi devono essere abbastanza rigorosi da rappresentare un vincolo (e un incentivo) per chiunque governerà da qui fino al 2026. Solo così si può assicurare certezza su un orizzonte abbastanza lungo da rassicurare gli investitori. A questo riguardo sono significative le differenze tra le bozze del piano del vecchio governo e i principi esposti dal nuovo governo nelle audizioni in Parlamento. Il vecchio governo aveva accumulato ritardi perché sembrava concentrato soprattutto sul problema del controllo delle risorse e delle scelte politiche, cioè del potere. Così era rimasto nel vago su molti impegni di riforma e non era riuscito a esprimere un meccanismo di governance limpido e accettabile dalla Commissione europea. È significativo che Draghi abbia espresso invece fin dal suo discorso al Parlamento per la richiesta del voto di fiducia la catena di comando – la governance – dei piani di riforma.

Le condizioni per una rigenerazione italiana sono presenti: un orizzonte per gli investitori che si estende al 2026; una guida politica che se dovesse trasferirsi da Palazzo Chigi al Quirinale continuerebbe a offrire garanzie di stabilità fino al 2029; investitori privati che non si dovrebbero più affidare solo a sé stessi, ma a piani di investimento pubblici di dimensioni senza precedenti.

 

Questo articolo è precedentemente apparso su la Repubblica Affari e Finanza. Riprodotto per gentile concessione.

L'autore

Carlo Bastasin, Senior fellow della Luiss School of European Political Economy (Roma) e di Brookings Institution (Washington), autore di “Viaggio al termine dell’Occidente” (Luiss University Press)


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