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Regole nuove per un Governo dell’economia dell’euro

Nonostante un primo via libera al Parlamento di Berlino, la posizione tedesca sul piano europeo Next-Generation (NG-EU) sta cominciando a complicarsi. Il dibattito alla Commissione Finanze del Bundestag, così come la discussione pubblica sulla normativa Ue sulle risorse proprie, hanno fatto emergere alcuni rischi per la tempestiva realizzazione del progetto europeo. Il partito estremista Alternativa per la Germania non voterà solo contro, ma si rivolgerà alla Corte Costituzionale tedesca per una procedura d’urgenza che impedisca la partecipazione di Berlino al programma. Il partito liberale vuole che il Parlamento tedesco abbia diritto di esprimersi in merito ai piani di ripresa degli altri paesi e a ogni esborso di denari. Nell’Unione cristiano democratica, infine, è forte la contrarietà a trasformare il Fondo per la ripresa in un’istituzione permanente. A sostegno dell’ala conservatrice del maggior partito tedesco si fa largo anche un nuovo circolo di accademici che oppone considerazioni giuridiche all’iniziativa della Commissione. L’aggancio è come sempre offerto dall’art.110 della Legge Fondamentale che stabilisce i diritti inalienabili del Parlamento sul controllo di tutte le uscite di bilancio. Si tratta di una garanzia che aveva a che fare con vicende storiche di due secoli fa e con la nota “teoria delle lacune” che permise a Bismarck di dichiarare che il ferro e il sangue sono più importanti delle maggioranze parlamentari. Come si sa, la storia insegna solamente che la storia non insegna alcunché. In un clima di campagna elettorale tra partiti privi di guida, tra sondaggi che vedono il crollo precipitoso della fiducia dei tedeschi nello Stato, è possibile che le cose peggiorino.

Anche senza ostacoli dalla politica tedesca, le risorse del Fondo per la Ripresa non arriveranno prima della tarda estate, forse a settembre. Ci saranno voluti quindi 17 mesi dalla prima proposta di una risposta comune alla pandemia e 14 mesi dalla decisione formale del Consiglio europeo del 21 luglio 2020. Un po’ troppo.

È inevitabile il paragone con le scelte dell’Amministrazione americana. Lo scorso anno Trump aveva stanziato 1.900 miliardi di dollari per compensare i danni causati dalla recessione e dalla pandemia, ma si trattava solo in parte di risorse aggiuntive. Oggi, l’Amministrazione Biden sta per proporre all’approvazione del Congresso un mirabolante piano di sviluppo da 3mila miliardi che potrebbe modificare l’idea stessa di intervento pubblico nell’economia, così come gli equilibri tra equità e libertà nell’agenda politica americana. Nel 2020, in pratica, la risposta fiscale americana e quella europea non erano molto differenti, ma da quest’anno le due strade sembrano divaricarsi.

Secondo le stime dell’Ocse, l’economia americana recupererà entro fine 2022 tutto quanto perduto a causa della pandemia. Secondo la Commissione Ue, invece, alla fine del prossimo anno l’economia europea rimarrà ancora sotto il livello di reddito di fine 2019 di circa il 2,7%. A spanne, gli Stati Uniti stanno impiegando risorse di stimolo all’economia doppie rispetto all’output gap (la differenza tra il reddito attuale Usa e quello che si avrebbe in caso di pieno impiego del lavoro e del capitale), al contrario, il sostegno fiscale nell’Ue è inferiore all’output gap europeo.

È difficile dire se la divergenza in atto da molti anni tra i diversi stati membri dell’Unione europea si aggraverà a seguito della crisi attuale. Sappiamo che, oltre un certo livello, la divergenza finisce per avere conseguenze sulla stabilità, sia del paese, sia dell’euro. Per evitare che sorga questo problema, sarebbe necessario che lo stimolo mancante venisse dalle risorse comuni, perché se il nuovo stimolo pesasse sulle casse nazionali, i paesi più deboli avrebbero meno margini di spesa e di recupero rispetto agli altri, e la divergenza aumenterebbe.

Tuttavia, un secondo pacchetto NG-EU non è immaginabile. Non solo non troverebbe un consenso tra i diversi paesi, ma potrebbe causare problemi anche all’approvazione del pacchetto attuale. Inoltre, aggraverebbe i dubbi che porre le basi di un’unione fiscale attraverso NG-EU e l’emissione di bond europei non apra la strada a un’unione fiscale, ma a una “Transferunion” nella quale i fondi pubblici vanno in una sola direzione: da Nord a Sud. Senza che alcun Parlamento abbia condiviso questa decisione politica, dettata solo da un’idea di necessità.

È quindi probabile che lo stimolo fiscale ancora mancante possa venire solo dalle risorse nazionali. A sua volta, questo imporrà una riflessione sulle regole di bilancio comuni che limitano il ricorso a ulteriore spesa pubblica e anzi richiedono un rientro dell’eccesso di spesa. Sappiamo che a partire dall’estate Bruxelles avvierà una revisione delle regole del patto di stabilità e che questa dovrà funzionare di concerto con le regole, anch’esse riviste, della politica monetaria comune.

Una revisione delle regole non significa un’abolizione. È utile anche ai paesi indebitati rimanere dentro una cornice di regole che rassicuri gli investitori, ma per funzionare questa cornice deve essere credibile. È l’algebra, per esempio, che ci dice che la regola del debito – dati i livelli raggiunti nel 2020 – non è più applicabile. Altre logiche dovranno essere applicate. Altre domande che finora non era possibile porre: per esempio si potrà ragionare sullo “smaltimento” dei debiti troppo alti, parcheggiandoli temporaneamente fuori dai bilanci nazionali? Si potrà collegare la politica monetaria a quella di bilancio e quest’ultima alle riforme strutturali dei singoli paesi? Si potrà, in altri termini, creare un governo dell’economia dell’euro? All’Italia conviene preparare subito delle risposte ragionevoli da proporre ai partner.

Questo articolo è precedentemente apparso su Repubblica. Riprodotto per gentile concessione.