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Alla riscoperta del pensiero economico italiano. Valori ed errori dell’architettura europea negli scritti di Francesco Parrillo

Alcuni studiosi italiani di economia meritano di essere riscoperti per l’originalità dei loro contributi e per il ruolo che hanno svolto in importanti organismi internazionali. Al pari degli anni della ricostruzione, quando si confrontarono la Scuola liberista di economia politica – con Einaudi, Bresciani Turroni e altri noti studiosi – e i sostenitori della allora ancora poco nota nel nostro Paese teoria Keynesiana del deficit spending, il dibattito sulla istituzione dell’Unione monetaria europea ha mostrato nell’ultimo trentennio del Novecento una reiterata vitalità del pensiero economico italiano che, su posizioni teoriche e dottrinarie contrapposte, ha offerto importanti apporti scientifici. Tra gli studiosi che animarono questo dibattito va certamente ricordato Francesco Parrillo, a cui Rita Mascolo, docente di Storia dell’economia e dell’impresa alla Luiss Guido Carli e di Economia comportamentale all’Università europea di Roma, ha dedicato un approfondito e interessante volume pubblicato da Minerva Bancaria.

In tempi di Recovery fund, Next generation Ue, Sure e Mes la riscoperta del pensiero e dell’opera di Francesco Parrillo (1912-2003), convinto sostenitore dell’Unione europea sin dalle sue origini perché certo della capacità dei popoli di “comprenderne l’alto significato e il valore storico della moneta unica”, permette di meglio analizzare anche i motivi della recente sospensione del Patto di stabilità e crescita e delle sue criticità, tanto da farne richiedere una riforma dalla stessa Commissione europea ancor prima della diffusione del corona virus e, recentemente, dalla presidente della Bce Christine Lagarde. L’immagine che ci offre Rita Mascolo di Francesco Parrillo è di uno studioso le cui competenze spaziavano nel vasto campo della interdisciplinarità. Egli, infatti, seppe coniugare la sua professionalità accademica, come libero docente di Legislazione bancaria e successivamente come professore ordinario di Politica economica e finanziaria presso “La Sapienza” di Roma, con interessi scientifici diversi, come mostra la sua partecipazione, tra gli altri, all’Institute International des Finances Publiques, alla Italian Econometric Association di Boston o la direzione del “Centro di ricerca sui mercati finanziari” della Luiss Guido Carli. Parrillo si avvicinò agli studi sull’Unione europea con una “ideologia dello sviluppo ” fondata sul rispetto della dignità umana e sulla solidarietà coniugati con la necessaria ed equa redistribuzione del reddito e su un reale processo di cambiamento, nel medio-lungo periodo, delle istituzioni, delle strutture economiche e degli ordinamenti giuridici, nel solco, come sosteneva, della tradizione italiana di Romagnosi, Messedaglia, Toniolo e Vito. L’occasione gli fu offerta, nel 1991, da Guido Carli, all’epoca Ministro del Tesoro e rappresentante dell’Italia per la sottoscrizione del Trattato di Maastricht, che lo incaricò di monitorare il processo evolutivo dell’Unione europea e le successive fasi che avrebbero condotto alla introduzione della moneta unica. Coerentemente con la sua ideologia dello sviluppo, e all’unisono con Guido Carli, Parrillo si oppose all’approvazione rigida dei rapporti deficit/Pil e debito/Pil rispettivamente al 3% e al 60% quale premessa all’approvazione del Trattato stesso, perché li reputava condizioni “capestro”, in accordo, anche, con Carlo Azeglio Ciampi, in quegli anni governatore della Banca d’Italia, che sosteneva che la stabilità monetaria dipende da cambiamenti che richiedono tempo e che male si adattano a rapporti “statici”. A Maastricht, i rappresentanti italiani riuscirono ad ottenere l’accettazione della flessibilità dei due parametri attraverso una interpretazione non rigida dell’articolo 104 lettera c del Trattato, che prevedeva che fosse sufficiente la sola tendenza al loro raggiungimento, ma il successo fu di breve momento.

Nel 1995, il ministro delle finanze tedesco Theodor Waigel propose l’adozione di un Patto di stabilità per cancellare il principio di flessibilità introdotto da Carli e Parrillo che reputavano “assurdo” che le condizioni di finanza pubblica di una nazione fossero valutate in termini di punti percentuali prestabiliti rispetto al Pil, senza considerarne le reali condizioni dell’economia e rifiutando, così, la rigidità voluta dalla Germania, che considerava quei parametri inderogabili per l’adozione dell’euro. L’interpretazione data dell’articolo 104 lettera c permise all’Italia, e non solo, di poter entrare nell’eurozona sin dall’inizio. Ma, inserito in due risoluzioni politiche nel Consiglio europeo del dicembre del 1996, il Patto fu adottato nel vertice di Amsterdam del giugno del 1997.Per Parrillo, la sua l’approvazione rappresentò una specie di disputa filosofica, se non teologica, tra Germania e Francia – che chiese e ottenne l’aggiunta del termine crescita nella sua definizione – unite nell’ortodossia monetarista e nel feticismo dei conti pubblici e che si autocandidavano ad essere i pilastri dell’Unione. Ma che si scontravano tra una visione di una Europa solidale e democratica, voluta da Chirac, e quella più rigida e tecnocratica del cancelliere Kolh, visione, quest’ultima, che determinò anche la creazione di una Bce fatta e voluta dalla Germania a immagine e somiglianza della Bundesbank. Chirac, inoltre, a giudizio di Parrillo, riuscì a salvare il primato della politica, rivendicando, all’epoca, alla discrezionalità del Consiglio Europeo il potere di gestire le regola per i disavanzi eccessivi. Perciò, egli si oppose sempre a una concezione dell’Europa, sostenuta da non pochi economisti, incentrata su una “cooperazione senza egemonia” e ricordava quando, proprio nel 1992, anno dell’approvazione del Trattato di Maastricht, l’Italia fu lasciata sola nella svalutazione della lira e costretta ad abbandonare lo SME, allorquando la Bundesbank corse in aiuto della Francia evitando la svalutazione del franco. Azione che sanciva la stretta intesa franco-tedesca nel dare avvio – ad ogni costo – ad una moneta unica limitata a una piccola Europa, con la partecipazione di Lussemburgo, Belgio e Olanda, progetto mai abbandonato dalla Germania di una Unione monetaria a due velocità o, come sosterranno nel 1994 in un documento presentato al Bundestag Wolgfang Schauble e Karl Lamers, a geometrie variabili, che escludeva, sin da allora, Italia e Spagna. D’altro canto, in più occasioni sia Chirac che Kohl  ribadirono che la realizzazione della moneta unica avrebbe dovuto procedere parallelamente al consolidamento dell’asse franco-tedesco e, in quell’ottica, caldeggiavano la logica dell’opting in, secondo la quale potevano procedere all’integrazione solo gli “Stati in grado di farlo”, perché, come affermava anche Hans Tietmeyer Presidente della Bundesbank negli anni’90, “la Germania non era disposta ad aiutare nessuno”. Parrillo si oppose fermamente al progetto di una Unione a due velocità e doppia circolazione dell’euro, che attraverso un cambio più debole per i Paesi del Sud ne avrebbe causato non poche criticità, a vantaggio degli Stati del Nord, in linea con la filosofia unitaria di Konrad Adenauer, Robert Schuman e Alcide De Gasperi, i quali, nel preambolo del trattato istitutivo della Ceca, dichiararono che la costruzione dell’Europa doveva fondarsi su una solidarietà di fatto e su basi comuni di sviluppo economico.

Il volume di Rita Mascolo è l’occasione, attraverso gli studi di Francesco Parrillo, per ricostruire l’architettura dell’Unione europea con i suoi valori e con i suoi errori; valori ed errori che ne hanno segnato il cammino in un processo di contrapposizione, ideologica e metodologica, che oggi vede il Recovery fund coesistere con la proposta dei Paesi del Nord Europa di rientrare già nel 2022 nei parametri del Patto di stabilità. Il Recovery fund segna un passo indietro della Germania sull’emissione di eurobond e sulla condivisione del debito sovrano, in termini diversi sulla politica dell’austerità. Di contro, l’anticipato rientro delle regole fiscali è l’espressione di un conservatorismo legato al politicamente corretto, ma economicamente errato, che si è posto come l’ostacolo maggiore alla istituzione di una Europa federale e sovranazionale che non può fondarsi solo su una moneta unica, soprattutto oggi che l’Unione sta dimostrando di essere un riferimento imprescindibile nel processo di globalizzazione della solidarietà.