12 aprile 2021

Una spinta propulsiva necessaria. Dall’Europa a trazione tedesca all’Europa a trazione integrale

È forse ora di sottoporre a una critica severa il pregiudizio che vede la Germania come un soggetto dominante che impone regole lesive per gli interessi degli altri Paesi, soprattutto per l’Italia. Da rivedere è anche l’idea che l’Italia importi passivamente norme e politiche di un’Unione Europea, nella quale ricopre il ruolo di Paese fondatore e dove è libera di portare avanti la sua linea negoziale lavorando per la creazione del consenso.

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Nella sua riflessione, Leonardo Morlino coglie ed esplicita coraggiosamente un punto centrale del libro: quello della necessità dell’Italia di riconoscere il ruolo propulsivo e costruttivo della Germania nel processo di integrazione europea. È forse ora di sottoporre a una critica severa il pregiudizio che vede la Germania come un soggetto dominante che impone regole ad essa confacenti e lesive degli interessi degli altri Paesi, soprattutto dell’Italia. Da rivedere è anche l’idea che l’Italia importi passivamente norme e politiche di un’Unione Europea, nella quale ricopre il ruolo di Paese fondatore e dove è libera di portare avanti la sua linea negoziale lavorando per la creazione del consenso.

Al di là del dato strutturale, vi sono però tre considerazioni di ordine contingente che potrebbero spingere a ripensare contenuti e narrazione del rapporto italo-tedesco. La prima riguarda la Germania e nello specifico il suo sistema politico, che si trova a un punto di svolta. La Cdu ha di recente eletto presidente Armin Laschet e si avvia, tra scandali e risultati alle elezioni regionali non molto promettenti, verso la fine dell’era Merkel. Le elezioni politiche previste per settembre rappresenteranno, al di là dei risultati, un passaggio importante e complicato, vista anche l’ascesa, nel panorama politico nazionale, di forze nuove e dinamiche come quella dei Grünen. La Germania, che nell’ultimo quindicennio ha fornito, con Angela Merkel, una forte continuità di leadership all’Unione Europea, dovrà mettere in contro un periodo di transizione che potrebbe avere un impatto sull’Unione stessa. Questo impatto potrebbe essere accentuato dal fatto che, a distanza di un anno, si terranno le elezioni francesi. La seconda considerazione riguarda le sfide interne all’Unione, che vanno dalle questioni interne (in primis quella del livello di democrazia nei Paesi membri) ai rapporti con i grandi attori globali (Stati Uniti, Russia, Cina). La molteplicità delle sfide che gravano sul capo dell’Unione fanno sì che non sia possibile un suo ripiegamento su posizioni attendiste, pena la disgregazione. La terza e ultima considerazione, apparentemente ovvia, riguarda il fattore pandemia: il Covid non va, però, visto solo come un elemento di complicazione del discorso fatto fin qui, bensì come un acceleratore di processi integrativi funzionali a rendere l’Unione capace di reagire all’emergenza sanitaria ma anche al ventaglio di sfide che abbiamo indicato.

In uno scenario in cui le pressioni interne ed esterne sono accelerate dalla pandemia e nel quale le forze politiche di Francia e Germania saranno oggetto di voto popolare è impossibile pensare di affidare a un solo grande Paese la tessitura del processo di integrazione. In questa fase la spinta propulsiva dell’Unione va distribuita tra quei Paesi fondatori capaci di superare la prospettiva circoscritta del Kleinstaat e di offrire la visione necessaria per una crescita strutturale. All’interno di questo triangolo che comprendere Francia, Germania e Italia, le ultime due possono dare un contributo specifico, visto il livello di integrazione e cooperazione che sperimentano in diversi campi, ma anche perché promuovono una visione dell’Europa sostanzialmente convergente. Se Italia e Germania riusciranno a condividere onori e oneri di questa leadership europea, allora sarà anche ragionevole attendersi che una parte di quelle scorie percettive che ancora offuscano le relazioni bilaterale possano essere definitivamente smaltite.

 

Rubrica

Open Books

di

Federico Niglia

Federico Niglia è docente di Storia delle Relazioni internazionali alla Luiss.


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