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La parola chiave per capire il mondo. Perché è importante comprendere tutti i significati di ‘platform society’

Nel corso degli ultimi anni si è affermato il concetto di platform society, società delle piattaforme. L’espressione, per quanto efficace, è tuttavia ambigua dal momento che il termine piattaforma ha diversi significati, non sempre fra loro convergenti. Il concetto di piattaforma, infatti, è usato per indicare:

Questa pluralità di significati determina, com’è evidente, una certa confusione intorno all’uso del termine piattaforma. Al tempo stesso, però, evidenzia come il concetto di piattaforma – sebbene variamente declinato – sia diventato centrale nel dibattito sulla comunicazione e, più in generale, nel dibattito pubblico. Non è un caso, che alcuni studiosi abbiano espressamente parlato di un processo di platformization (letteralmente “piattaformizzazione”, termine brutto ma significativo) per indicare la centralità delle piattaforme digitali nella vita sociale contemporanea.

Le piattaforme non riflettono il sociale: producono le strutture sociali in cui viviamo, ci avvertono giustamente José van Dijck, Thomas Poell e Martijn de Waal in un libro (Platform Society, pubblicato nel 2018 e tradotto anche in italiano l’anno successivo) nel quale mettono in rilievo l’esistenza di un vero e proprio “ecosistema” di piattaforme, capace di modellare le pratiche quotidiane. L’ecosistema delle piattaforme si situa perfettamente nelle logiche del neoliberismo, così come il New Public Management aveva supportato tendenze alla commercializzazione della cittadinanza e alla diffusione egemonica del concetto di “stato leggero”. Secondo Dal Yong Jin, esiste oggi un imperialismo delle piattaforme potenziato dallo sviluppo del capitalismo digitale. In effetti, la crescente integrazione di produzione, consumo, finanza, logistics e marketing trova la sua massima espressione proprio nelle piattaforme digitali contemporanee, in cui la cultura stessa diventa strumento per generare dati e contribuisce alla radicale trasformazione del lavoro digitale. L’imperialismo delle piattaforme, peraltro, si salda alla loro dimensione strutturale: la trasformazione dei dati degli utenti in valore costituisce infatti un meccanismo di accumulazione ma essa è spessa ridefinita ideologicamente in termini di condivisione (sharing), che tuttavia cela un processo di scambio fra soggetti con diseguale potere contrattuale.

Un portato pratico di tale ragionamento risiede nell’equivoco fra le finalità commerciali (legittime) delle piattaforme e il loro ruolo sociale come nuovo spazio di condivisione e proiezione della sfera pubblica. Ed eccoci così di fronte a un corto circuito logico: si chiede alle piattaforme di garantire il pluralismo e la democrazia dimenticando che esse sono prioritariamente aziende commerciali; al tempo stesso, però, esse si muovono come portatrici di una sorta di “ideologia” della partecipazione (per lo più limitata alla dimensione dell’accesso), della quale cercano di avere il monopolio; i cittadini si trovano così ad avere “spazi di libertà” che sono “concessi” e non realmente garantiti, senza che le istituzioni possano avere un ruolo specifico. Al tempo stesso, i soggetti politici legittimano il potere delle piattaforme, rendendole di fatto depositarie degli spazi di elaborazione del dibattito pubblico.

La “battaglia” fra Donald Trump e alcune piattaforme è stata emblematica. La discussione si è concentrata intorno al concetto di libertà e censura (usati a sproposito da molti commentatori, dal momento che le piattaforme si sono limitate a verificare la violazione dei loro “termini di servizio”, che un’impresa privata definisce autonomamente, e non hanno certo impedito a Trump di rilasciare interviste o parlare in piazza). Il problema semmai è che la politica ha delegato i suoi spazi di rappresentazione alle piattaforme.

Non solo filter bubbles

Lo sviluppo della società delle piattaforme determina diverse conseguenze. La prima è molto evidente: si pensi al fenomeno delle filter bubbles, cioè dalle dinamiche di polarizzazione determinate dall’uso di algoritmi che “filtrano” le informazioni e determinano la creazione di una sorta di “sub-ecosistema” digitale. Si tratta, cioè, di una proprietà strutturale definita dalle stesse regole di funzionamento della rete, da non confondere con le comunità omofiliche definite dal concetto di echo-chamber. Lo sviluppo di filter bubbles non è, ovviamente, un effetto dello sviluppo delle piattaforme ma vi è ovviamente connesso in maniera molto evidente. Le potenzialità “ideologiche” degli algoritmi che determinano la nascita e lo sviluppo di filter bubbles possono giocare un ruolo anche nei meccanismi informativi. Una seconda conseguenza è di carattere teorico e concerne non solo l’accantonamento del concetto di società dell’informazione ma anche il sostanziale superamento sia della network society (come teorizzata da Jan Van Djik) sia dalla connective society di cui avevano parlato Lee Rainie e Barry Wellman. In questa prospettiva, la platform society, si colloca come momento più critico (e certamente meno ottimistico) delle teorizzazioni precedenti:  qui, infatti, il protagonismo attivo dei soggetti è limitato e la stessa socialità nelle piattaforme non è espressione di comportamenti sociali più o meno manifesti bensì l’esito dell’azione di orientamento delle affordances, cioè delle proprietà che un oggetto tecnologico possiede e che di fatto suggeriscono un uso possibile dell’oggetto stesso, orientando i soggetti proprio verso quello specifico uso. E seppure il “potere di orientamento” delle affordances non implica una relazione deterministica e non annulla il potere di agency dei soggetti, tuttavia le relazioni asimmetriche di potere fra i proprietari delle piattaforme e i soggetti appaiono in tutta la loro evidenza. Tale asimmetria di potere, peraltro, costituisce una delle caratteristiche distintive del capitalismo digitale.

Una terza conseguenza strutturalmente connessa all’emersione della “società delle piattaforme” riguarda il processo di “piattaformizzazione” della sfera pubblica. A questo proposito diversi studiosi (fra cui chi scrive) hanno usato una definizione “di transizione”, ricorrendo al concetto di post-sfera pubblica. La post-sfera pubblica si colloca all’incrocio di diversi fenomeni, contraddistinti dall’uso – instabile e per definizione non normativo – del prefisso “post”: a) le tendenze post-rappresentative di cui ha parlato John Keane e che evidenziano l’importanza degli ecosistemi comunicativi digitali nei processi di sviluppo delle forme di rappresentanza occasionale ma anche nell’emersione dell’apparente ossimoro concettuale della rappresentanza diretta; b) lo sviluppo del “post-politico”, concetto comunque ambiguo e per lo più connesso ai processi di depoliticizzazione; c) l’affermazione di una postdemocrazia (nella rivisitazione che Colin Crouch ha recentemente fatto di quel concetto che lui stesso aveva utilizzato per la prima volta all’inizio del nuovo millennio) e che fa dei meccanismi di commodification della cittadinanza la sua caratteristica distintiva. La post-sfera pubblica costituisce anche l’esito disordinato della trasformazione della vecchia sfera pubblica della società di massa verso un insieme disorganico e frammentato di spazi pubblici fortemente polarizzati.

Neoliberismo e post-sfera pubblica

Le forme di concentrazione e le diseguaglianze di potere costituiscono di fatto una limitazione della sfera pubblica. Sia i populismi autoritari ri-emergenti sia il neoliberismo tendono da una parte all’unificazione (quasi all’omogeneizzazione) della sfera pubblica e dall’altra alla sua frammentazione. Unificazione e frammentazione sono qui dimensioni antitetiche che – nel nuovo capitalismo digitale – si sostengono reciprocamente, impedendo di fatto la nascita di una sfera pubblica plurale ma interconnessa.

La post sfera pubblica evidenzia la crisi della sfera pubblica borghese unitaria ma, al tempo stesso, non si muove verso la nascita di quella pluralità di sfere pubbliche coerenti e interconnesse sebbene in relazione dialettica, che potrebbero favorire la crescita di qualità della democrazia. La frammentazione delle esperienze (accentuata dai processi di piattaformizzazione sociale), si connette da una parte ai meccanismi di polarizzazione ideologica e dall’altra alle logiche di saturazione comunicativa. La post sfera pubblica piattaformizzata adotta le modalità discorsive del neoliberismo, si fonda su asimmetrie economiche, politiche e di potere culturale che tendono a parcellizzare la sfera pubblica, rendendola di fatto uno spazio di legittimazione del “pensiero unico” invece che un luogo simbolico di discussione e confronto.

La società delle piattaforme si rivela, quindi, come un’architettura organizzativa che si colloca nel solco della post-democrazia più che come esito della network/connective society. E non è solo la questione connessa al potere delle grandi imprese globali, da Gafam (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) a Natu (Netflix, Airbnb, Tesla, Uber) fino a Batx (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi). Il processo di piattaformizzazione è tanto più pericoloso quanto esso apre spazi a nuove forme di manipolazione e controllo (parole “vecchie” significativamente e prepotentemente ritornate nel dibattito pubblico e nella ricerca accademica). Scrivendo a proposito dell’opinione pubblica, Antonio Gramsci nel Quaderno VII faceva riferimento alla “lotta per il monopolio degli organi dell’opinione pubblica: giornali, partiti, parlamento, in modo che una sola forza modelli l’opinione e quindi la volontà politica nazionale, disponendo i discorsi in un pulviscolo individuale e disorganico”. Impossibile non notare l’assonanza fra quel pulviscolo individuale e disorganico e i concetti attuali di frammentazione e parcellizzazione.

Questo articolo è precedentemente apparso su Democrazia Futura, n. 1. e Key4biz [1]. Riprodotto per gentile concessione.

 

 

Opere citate:

Gramsci, A. (2014). Quaderni del carcere. Edizione critica dell’Istituto Gramsci. Torino: Einaudi.

Jin, D.Y. (2020). Globalization and Media in the Digital Platform Age. London: Routledge.

Keane, J. (2013). Democracy and media decadence. Cambridge: Cambridge University Press.

Rainie, L and Wellman, B. (2012). Networked. The New Social Operating System. Harvard: MIT Press. [trad. it. Networked. Il nuovo Sistema operativo sociale. (2012). Milano: Guerini Scientifica].

Van Dijck, J. (2013), The culture of connectivity. A critical history of social media, Oxford University Press, Oxford.

Van Dijck, J., de Waal, M. e Poell, T. (2018). The Platform Society.Public Values in a Connective World. Oxford: Oxford University Press [trad. it. Platform Society. Valori pubblici e società connessa. Milano: Guerini, 2019].

Van Dijk, J. A. G. M. & Hacker, K. L. (2018). Internet and Democracy in the Network Society. London: Routledge.