L’Italia non riparte senza una riforma della Pubblica amministrazione

29 aprile 2021
Editoriale Focus Ripresa
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Le opere pubbliche già commissariate e finanziate in Italia, per circa 40 miliardi, sono 58, per un valore complessivo di 66 miliardi. Come ha opportunamente rilevato il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, c’è un problema di funzionamento delle normali regole e procedure se sono necessari dei commissari per accelerarne l’attuazione. Secondo uno studio dalla Banca d’Italia, la durata mediana di realizzazione di un’opera di importo mediano di circa 300.000 € è di quattro anni e 10 mesi, per arrivare a 11 anni per quelle di valore superiore ai 5 milioni. La sola progettazione supera i due anni e quasi altrettanti richiedono l’esecuzione e la messa in opera dell’intervento. A cui vanno aggiunti sei mesi per l’affidamento dei lavori. La lungaggine dei tempi, rispetto agli altri Paesi europei, mette a rischio le opere che saranno incluse nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e che dovranno essere messe in esercizio entro i prossimi 5 anni, col rischio di perdere le ingenti risorse assegnate all’Italia.

L’emergenza sanitaria, con le sue gravi conseguenze sociali ed economiche e, di contro, la ‘potenza di fuoco’ messa in campo dai piani europei a sostegno di programmi ambiziosi di sviluppo per la ripresa, stanno facendo inesorabilmente riemergere l’atavico ruolo della burocrazia italiana quale fattore frenante dello sviluppo del Paese.

Nel quadriennio 2021-2024, l’Italia potrà contare su risorse finanziarie mai disponibili prima grazie al Next Generation Eu, cui si aggiungeranno quelle della Politica di Coesione, col duplice obiettivo di stimolare investimenti per il rilancio dalla domanda e, soprattutto, di adottare riforme che aumentino la sostenibilità dell’economia dell’Unione europea, rendendola più resilienti ai cambiamenti che incombono negli anni di ripresa dalla crisi del Covid.

Se tutto andrà avanti senza intoppi, con l’approvazione del Pnrr da parte della Commissione europea, l’erogazione delle risorse dovrebbe scattare a luglio, con una prima tranche pari al 13% della quota destinata all’Italia.

Ma quando arriveranno, saremo in grado di spenderle nei tempi assegnati? Riusciremo a centrare obiettivi quali la modernizzazione e l’infrastrutturazione, la transizione tecnologica ed ecologica che ci impongono la Commissione e le prossime generazioni?

Il rapporto tra Italia e fondi europei è da sempre problematico, con una capacità di spesa mediamente più bassa rispetto agli altri Stati membri. Quando questi fondi vengono impegnati, invece, i tempi di realizzazione degli investimenti, tra gare d’appalto, permessi e autorizzazioni amministrative, eventuali procedimenti giudiziari e ricorsi, sono più lunghi – e di molto – della media di riferimento europea. Ne consegue che un euro su tre che arriva dall’Europa non venga speso e ritorni al mittente. E’interessante ricordare, in proposito, che l’Italia è la seconda nazione dell’Ue per risorse ricevute dopo la Polonia e la penultima come spesa effettuata prima della Croazia, ed è al di sotto di circa 10 punti rispetto alla media europea per utilizzo dei Fondi strutturali e d’investimento (Sie). Secondo la Ragioneria generale dello Stato, a fine 2020 è stato speso solo il 48% dei fondi della programmazione europea 2014-2020 degli oltre 73 miliardi assegnati. Per il Mezzogiorno, sempre a fine 2020, e stato impegnato poco più del 19% delle risorse stanziate. Per la banda ultralarga, per esempio, è stato speso solo lo 0,3% dei 3,5 miliardi previsti.

Sul piano economico nazionale si è purtroppo stimato che la burocrazia impatti sulla crescita con una perdita di 70 miliardi di Pil l’anno.

Per l’Italia, gli oneri eccessivi di natura amministrativa e normativa all’esercizio dell’attività di impresa costituiscono, secondo la Commissione europea, impedimenti strutturali che si frappongono alla crescita della produttività e costituiscono un freno agli investimenti. Non a caso, la stessa Commissione ha di recente reiterato l’invito al Governo italiano ad attuare riforme volte a migliorare l’efficienza della Pubblica amministrazione e a rimuovere gli eccessivi ostacoli burocratici per le imprese (Country Report 2020).

I tempi delle autorizzazioni e dei permessi, norme nazionali, regionali e locali ridondanti e spesso confliggenti tra loro, molteplicità di uffici e spacchettamento delle competenze risultano ostacoli  incompatibili con le tempistiche dei piani industriali e con le esigenze di mercato, frenando la competitività e aumentando le diseguaglianze tra territori.

Ciò vale ancor più per le regioni del Sud del nostro Paese. Si guardi, per esempio, alle Zone Economiche Speciali (ZES). A più di quattro anni dalla loro istituzione, con un decreto legge dal titolo emblematico “Disposizioni urgenti per la crescita economica del Mezzogiorno”, sono ancora sostanzialmente bloccate, in attesa delle nomine governative dei rispettivi organi di governance. Che dire, poi, delle autorizzazioni per impianti strategici a supporto della decarbonizzazione, ferme da anni, o delle centinaia di procedure VIA ancora inevase per lentezza degli enti competenti?

Nel frattempo, sono in aumento i casi di multinazionali che decidono di chiudere i propri stabilimenti in Italia, in uno con i tassi di disoccupazione.

Tali premesse suggeriscono un urgente cambio di paradigma, che imposti la riforma della PA come fattore di promozione dello sviluppo economico in un quadro di regole comprensibili e stabili e nella certezza delle tempistiche autorizzative, partendo, per esempio, dalla velocizzazione delle procedure ambientali (VIA), semplificazione in materia fiscale, semplificazione del permitting per gli impianti da fonti rinnovabili, semplificazione delle attività di bonifica e reindustrializzazione dei siti contaminati.

La crisi innescata dal Covid può e deve rappresentare l’occasione per realizzare quanto spesso propagandisticamente è stato annunciato e mai realizzato, ovvero un cambio di passo nella direzione di una riforma sostanziale con robusti interventi di semplificazione amministrativa e normativa per le attività produttive. Di questo, pare avere piena consapevolezza il ministro Giovannini, che in una recente intervista ha proposto di “copiare le esperienze estere”, citando quella della Francia, e della necessità di “re-ingegnerizzare” il percorso perché infrastrutture di una certa complessità siano realizzate al massimo in cinque anni. Se la ‘transizione burocratica’, citando il ministro Cingolani, non verrà concretamente realizzata in brevissimo tempo, impiegare i fondi in arrivo e raggiungere gli obiettivi di transizione ecologica, energetica e tecnologica programmati sarà pressoché impossibile.

 

Questo articolo è precedentemente apparso su Il Mattino riprodotto per gentile concessione.

Si veda anche l’articolo di Bernardo Mattarella pubblicato in contemporanea.

 

Gli autori

Angelo Guarini è Direttore Generale Confindustria, Brindisi


Giuseppe Di Taranto è Professore ordinario di Storia dell’economia e dell’impresa alla Luiss, dove insegna anche Storia del pensiero economico e Storia della finanza e dei sistemi finanziari.


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