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Il valore del merito per rilanciare il Paese

La sfida dell’Italia e in particolare quella del Sud per il post-pandemia si vince valorizzando il merito. Il merito, per noi del Sud, è stato sempre uno dei più efficaci ascensori sociali, soprattutto tra le famiglie meno abbienti. La mia famiglia di origine apparteneva a questa categoria: mio nonno, impiegato delle Poste, aveva sei figli, una moglie cattolicissima, che ospitava alla loro tavola già numerosa almeno un povero al giorno. Quando morì, lasciò detto che l’eredità che lo inorgogliva era rappresentata dalle sette lauree dei suoi sei figli (una di esse aveva infatti conseguito due titoli). Una eredità costruita negli anni, con i sacrifici di un padre che integrava il magro stipendio con faticosissimi straordinari e figli che studiavano scambiandosi l’unica copia della Divina Commedia e affrontavano le traduzioni in classe contendendosi l’unico vocabolario. Il risultato si è concretizzato nelle professioni di mio padre e dei miei zii: tre magistrati, un’insegnante, una giurista e una farmacista-biologa.

Può sembrare un discorso di altri tempi, ma invece questo senso del merito è stato la pietra fondante di altre generazioni, quella mia e dei miei cugini, quella dei nostri figli e dei nostri nipoti, che da quella storia hanno imparato a loro volta il valore del merito.  Un valore che va richiamato oggi, in un momento difficile quasi come il dopoguerra, in cui dovremo affrontare i problemi sociali ed economici post-pandemia con un nuovo spirito, ricreando su nuove basi quella capacità di competizione che portò l’Italia al boom economico e culturale degli anni ‘60. Una capacità che dovremmo ricreare in particolare tra famiglie e i ragazzi del Sud. Nella mia esperienza di Professore e Vice Presidente della Luiss ho visto quanti genitori meridionali affrontino grandi sacrifici per iscrivere i loro figli in una Università di eccellenza come la nostra. Essi sono consapevoli che solo una selezione basata sul merito potrà dare risultati appaganti nell’inserimento professionale e sociale dei loro figli. In più, chi vale deve sapere di avere oggi una chance ulteriore: il reclutamento nella Pubblica Amministrazione, grazie agli incentivi europei ed all’impegno che stanno profondendo i Ministri Brunetta e Carfagna, avverrà attraverso modelli di selezione innovativi, che esaltano il talento e il merito, per dare sostegno alla trasparenza ed alla semplificazione del sistema pubblico.

Non a caso ho fatto riferimento a due concetti diversi: il talento “va cercato dove c’è” e quindi non soltanto tra i “primi della classe”, ma tra quei giovani, forse oggi disoccupati o demotivati, dotati però di particolari capacità di problem solving magari in materia di programmazione digitale. Ne stiamo sperimentando la selezione nella nostra Università attraverso la “Scuola 42”, con risultati straordinariamente positivi di occupazione immediata su richiesta delle imprese private. L’auspicio è che analoghi sistemi di reclutamento siano adottati anche per la Pubblica Amministrazione, magari ricorrendo al Recovery Plan, così come il Ministro della funzione pubblica sta programmando di fare. Quanto al valore del merito, esso può essere incentivato nei giovani che decidano di affrontare severe prove di selezione per l’accesso alla P.A. con la consapevolezza che le promozioni avverranno grazie al riconoscimento del valore e non per anzianità, per raccomandazione o grazie a relazioni standardizzate dei capi ufficio.

I metodi di reclutamento e di promozione che auspichiamo, potranno creare un modello di accesso, crescita e formazione continua che garantiscano la qualità di funzionari adeguati a rappresentare la spina dorsale della società e dell’economia statale. Solo così potrà rinascere quel senso di orgoglio che accompagnava un tempo noi ragazzi del Sud quando entravamo a far parte della grande famiglia dei dipendenti pubblici.

Questo articolo è precedentemente apparso su Il Messaggero. Riprodotto per gentile concessione