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Come uscire dalla Pandemia tra Schäuble e Draghi

Come uscire dalla pandemia? Per alcuni (gli italiani Mario Draghi e Paolo Gentiloni o i francesi Emmanuel Macron e Thierry Breton), la pandemia ha messo in discussione gli equilibri di politica economica precedenti, richiedendo quindi la promozione di un nuovo paradigma di governance fiscale. Per altri (i tedeschi Wolfgang Schäuble e più moderatamente Olaf Scholz), la pandemia ha prodotto una crescita impetuosa (e necessaria) del debito pubblico che, tuttavia, va ricondotto prima possibile all’interno del precedente modello di politica fiscale. L’esito di questa contrapposizione definirà il futuro dell’Unione europea (Ue).

La pandemia ha mostrato l’inadeguatezza del “compromesso di Maastricht”. Quest’ultimo si basa sulla centralizzazione della politica monetaria e sulla decentralizzazione delle politiche fiscali, sottoposte quindi ai vincoli del Patto di stabilità e crescita (PSC). I limiti di questo compromesso si erano resi evidenti già nella crisi dell’euro del decennio scorso, crisi che condusse ad una divisione senza precedenti tra gli stati membri dell’Eurozona. La pandemia ha richiesto la sospensione del PSC. Per rispondere ai suoi effetti devastanti, tutti gli stati europei hanno dovuto ricorrere ad un incremento impetuoso della spesa pubblica, con la copertura monetaria garantita dalla Banca centrale europea. Soprattutto, la pandemia ha richiesto che venisse promosso il programma di Next Generation EU, finanziato da risorse fiscali europee, con cui sostenere la ripresa in quegli stati. Tali cambiamenti richiedono un ripensamento del PSC. Dopo tutto, come ha sostenuto Mario Draghi, il PSC “era ed è inadeguato”. Non è questa l’opinione di Wolfgang Schäuble, attuale presidente del Bundestag e precedente ministro dell’Economia e delle finanze. In un articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore di venerdì, l’esponente tedesco afferma con forza che “il mantenimento della competitività e di una politica fiscale sostenibile sono responsabilità degli Stati membri”. Quindi, il PSC può essere temporaneamente sospeso, ma dovrà poi ritornare ad essere operativo. Magari con qualche integrazione, secondo il ministro socialdemocratico Olaf Scholz, nell’intervista che appare oggi su Il Sole 24 Ore, come l’attuale programma che aiuta gli stati a contrastare la disoccupazione al loro interno.

La bussola che guida il pensiero di Wolfgang Schäuble è rappresentata dalla teoria degli “azzardi morali”. Secondo questa teoria, un’unione monetaria tra stati diversi tra di loro (per capacità economiche e istituzionali) è destinata a creare incentivi negativi (se non viene propriamente regolata), in quanto alcuni stati possono spendere più di quanto dispongono, trasferendo quindi i propri debiti agli altri stati. Per Wolfgang Schäuble, questa teoria è addirittura all’origine del federalismo fiscale americano. Nel 1792, l’allora segretario al Tesoro Alexander Hamilton istituì un fondo federale per l’ammortamento del debito contratto dagli stati (per sostenere la guerra di indipendenza dagli inglesi) a precise condizioni. “Gli stati dovevano depositare buone garanzie, praticare la disciplina di bilancio e ridurre i loro debiti. I peccatori ostinati furono messi in un’insolvenza strutturale per prevenire l’azzardo morale a scapito degli stati frugali. Quel vincolo esterno alla politica fiscale…è stato il punto cruciale del tanto citato ‘momento hamiltoniano’”. Dunque, il PSC introdotto in Europa alla fine del Novecento non è altro chre una copia di quanto fatto in America alla fine del Settecento.

Le cose, ahimè, non stanno così. Il “momento hamiltoniano” non si sostanziò nella formazione di un sistema di regole federali che vincolasse le politiche di bilancio degli stati federati, bensì nella costruzione di un potere fiscale autonomo del centro federale. Non poteva essere diversamente, dato che il X emendamento della Costituzione, introdotto nel 1791, previene qualsiasi interferenza federale nelle materie di competenza degli stati non delegate al centro federale. Tant’è che questi ultimi continuarono a spendere al di sopra delle loro capacità di bilancio, con il risultato che non pochi di essi fallirono durante gli anni 1830-1840. Questa volta, però, il centro federale non intervenne per farsi carico dei loro debiti, lasciando ai mercati finanziari la funzione di disciplinare le loro politiche di bilancio. Di conseguenza, molti stati introdussero leggi per tenere in equilibrio i loro conti e quindi rassicurare i prestatori finanziari. Nello stesso tempo, però, il centro federale fu spinto ad intervenire indirettamente negli stati in difficoltà, attraverso il bilancio federale. A partire dagli anni Trenta del secolo scorso, questo modello venne pienamente istituzionalizzato. Quindi, il modello fiscale americano si basa su una distinzione di responsabilità tra Washington D.C. e le capitali degli stati. Questi ultimi sono responsabili per l’uso delle loro risorse fiscali (tant’è che possono fallire), il centro federale dispone di risorse fiscali autonome da utilizzare in funzione anticiclica o di sostegno (negli stati in difficoltà). Il “momento hamiltoniano” avviò la costruzione di una capacità fiscale del centro federale, non già un PSC ante litteram.

Insomma, la pandemia ha mostrato che, in un’unione di stati, la politica fiscale non può essere un’esclusiva responsabilità nazionale. Anche il centro sovranazionale deve disporre di una sua sovranità fiscale per produrre beni pubblici europei. Quand’è che Berlino riconoscerà che l’economia è una scienza sociale e non una disciplina teologica?

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore. Riprodotto per gentile concessione.