24 maggio 2021

Il principio dell’immunità di gregge

“A proteggerci non è tanto la nostra pelle, quanto quello che sta al di là di essa. È qui che i confini tra i nostri corpi cominciano a dissolversi. L’immunità è sia un fondo di investimento comune sia un conto privato”. Di seguito un estratto del volume “Immunità” di Eula Biss, edito da Luiss University Press.

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Da qualche remoto luogo della mia infanzia mi arriva il ricordo di mio padre che spiegava con entusiasmo il principio dell’effetto Doppler, mentre un’ambulanza sorpassava la nostra automobile. Quando osservavamo il tramonto sul fiume presso cui vivevamo, descriveva lo scattering di Rayleigh, ossia la rimozione delle lunghezze d’onda più piccole della luce da parte dell’atmosfera, che al crepuscolo ha l’effetto di produrre nubi rossastre e un’erba che appare di un verde più intenso.

Nei boschi dissezionava per me un rigurgito di gufo e lo ricomponeva nel minuscolo scheletro di un topo. Erano molto più frequenti le volte in cui mio padre restava incantato dal mondo naturale di quelle in cui parlava del corpo umano, anche se i gruppi sanguigni costituivano pur sempre un argomento che lo appassionava. Spiegava che la gente con il gruppo 0 negativo può ricevere soltanto sangue 0 negativo, ma chi ha il sangue 0 negativo può donarlo a gente con sangue di qualunque tipo. È per questo che un individuo del gruppo 0 negativo viene definito “donatore universale”. Mio padre rivelava poi che il suo sangue era del tipo 0 negativo, perciò era anche lui un donatore universale. Donava il sangue, diceva, tutte le volte che poteva, perché c’era sempre richiesta di quel gruppo per le trasfusioni di emergenza. Sospetto che mio padre già allora sapesse quanto io avrei scoperto solo più tardi, ossia che anche il mio sangue è del tipo 0 negativo. Avevo compreso il significato di donatore universale, più nel senso del principio etico che come concetto medico, ben prima di appurare quale fosse il mio gruppo sanguigno. Ma ancora non pensavo che quella morale fosse un modo ingegnoso escogitato da mio padre per instillare in me il suo cattolicesimo attraverso nozioni di medicina. Non sono stata allevata in seno alla Chiesa e non ho mai fatto la Comunione, perciò quando mio padre mi parlava del donatore universale non mi veniva in mente Gesù che offre il sangue per dare la vita a tutti noi. Ma ero convinta, già allora, che siamo debitori l’uno all’altro dei nostri corpi. Durante la mia infanzia, ogni volta che mio padre usciva in barca portava con sé un salvagente con sopra scritto a caratteri cubitali e in inchiostro indelebile il proprio nome e a fianco “donatore di organi”. Lo faceva per scherzo, ma ci credeva davvero.

Quando mi ha insegnato a guidare, mi ha trasmesso il monito che aveva ricevuto da suo padre: sii responsabile non solo per l’automobile che stai guidando, ma anche per quella che ti sta davanti e per quella che ti sta dietro. Imparare a guidare contemporaneamente tutte e tre le automobili era poco allettante e mi ha creato un blocco che ancora mi assilla quando sono al volante, ma quando ho preso la patente ho apposto la mia firma sotto l’opzione “donatore di organi”. La primissima decisione che ho preso per mio figlio, maturata peraltro nei pochi istanti in cui il suo corpo usciva dal mio, è stata la donazione del suo cordone ombelicale a una banca pubblica. All’età di trent’anni avevo donato sangue una volta sola, ai tempi del college, quando leggevo Kierkegaard. Volevo che il mio bambino iniziasse la vita con un credito, invece di doversi sentire sempre in debito come è successo a me. E questo accadeva prima che io, da donatrice universale, diventassi la ricevente di due unità di sangue durante una trasfusione che mi hanno fatto dopo il parto: un sangue oltretutto del tipo più prezioso, proveniente da una banca del sangue. Se consideriamo un vaccino per come agisce sul corpo collettivo di una comunità, anziché considerare soltanto come influisce su un singolo corpo, la vaccinazione ci apparirà come una sorta di deposito bancario di immunità.

I contributi versati a questo tipo di banca rappresentano elargizioni a favore di coloro che non possono o non vogliono affidarsi in prima persona alla protezione immunitaria. Questo è il principio dell’immunità di gregge, grazie alla quale la vaccinazione di massa si rivela molto più efficace di quella individuale. Non tutti i vaccini riescono a immunizzare un individuo, e alcuni, come quello antinfluenzale, sono meno efficaci di altri. Ma quando si vaccina un numero sufficiente di persone, anche con un vaccino relativamente inefficace, i virus hanno difficoltà a passare da un portatore all’altro e cessano così di diffondersi, risparmiando sia i non vaccinati sia coloro che non sono stati immunizzati tramite la vaccinazione. Questo è il motivo per cui una persona vaccinata che vive in una comunità in gran parte non vaccinata ha maggiori possibilità di contrarre il morbillo rispetto a una persona non vaccinata che vive in una comunità perlopiù vaccinata.

La persona non vaccinata viene protetta dai corpi che le stanno attorno, quelli in cui la malattia non circola. Al contrario, una persona vaccinata circondata da corpi portatori della malattia resta esposta al rischio di insuccesso del vaccino o al venir meno dell’immunità. A proteggerci non è tanto la nostra pelle, quanto quello che sta al di là di essa. È qui che i confini tra i nostri corpi cominciano a dissolversi. Le donazioni di sangue e di organi, uscendo da un corpo ed entrando in un altro, sono forme di passaggio tra le persone, e lo stesso avviene con l’immunità, che è sia un fondo di investimento comune sia un conto privato.

Quelli di noi che attingono all’immunità collettiva sono debitori della propria salute nei confronti di coloro che li circondano. Quando mio figlio aveva sei mesi, al momento del picco della pandemia di influenza H1N1, un’altra mamma mi ha detto che non credeva all’immunità di gregge. Sosteneva che fosse solo una teoria, una di quelle che si applicano principalmente alle mucche. Fino a quel momento non mi aveva sfiorato la mente che l’immunità di gregge fosse una questione di credenze personali, benché sia disposta ad ammettere che l’idea di proteggere un’intera popolazione con un mantello invisibile abbia un che di magico. Consapevole di non avere pienamente compreso il meccanismo che sta dietro a questa magia, sono andata nella biblioteca universitaria alla ricerca di articoli sull’immunità di gregge. Ho appreso che, fin dal 1840, un medico aveva osservato che vaccinando anche solo una parte della popolazione contro il vaiolo si poteva bloccare l’epidemia. Una simile protezione indiretta dalla malattia, se non altro per un determinato tempo, era possibile anche nel caso in cui un gran numero di persone avesse acquisito nel corso di un’epidemia l’immunità naturale all’infezione. Nell’era che ha preceduto la vaccinazione contro le malattie esantematiche come il morbillo, le epidemie arrivavano a ondate, ed erano seguite da periodi di quiete, durante i quali il numero dei bambini che non erano stati resi immuni al contagio cresceva fino a raggiungere una percentuale critica, ma sconosciuta, della popolazione. L’immunità di gregge, che è un fenomeno osservabile, può sembrare oggi inverosimile solo qualora pensiamo ai nostri corpi come separati dai corpi altrui. Cosa che, ovviamente, facciamo.

L’espressione immunità di gregge lascia intendere che siamo simili a bestiame, in attesa, per esempio, di venire mandato al macello. Evoca poi un’infelice associazione con la definizione di mentalità di gregge, quasi fosse una sorta di rincorsa alla stupidità. Supponiamo che il gregge sia sciocco e che quelli fra noi che rifuggono la mentalità gregaria tendano a preferirne una di frontiera, sulla base della quale immaginiamo i nostri corpi come proprietà isolate di cui ci possiamo prendere cura bene oppure male. Questo modo di pensare suggerisce che lo stato di salute della proprietà accanto alla nostra non ci deve preoccupare fintanto che la nostra è ben tenuta. Se sostituissimo la metafora del gregge con quella dell’alveare, il concetto di immunità condivisa potrebbe risultare più attraente. Le api mellifere hanno una società matriarcale, sono benefiche per l’ambiente ed è un dato di fatto che siano completamente interdipendenti. La salute di ciascuna ape dipende dalla salute dell’alveare nel suo complesso, come abbiamo potuto apprendere dalla recente epidemia che ha provocato il collasso delle colonie. Il giornalista James Surowiecki, nel suo La saggezza della folla, elenca i sofisticati metodi di esplorazione e di relazione con le compagne utilizzati dalle api per raccogliere il nettare. Il lavoro cooperativo delle api, suggerisce l’autore, rappresenta un modello per quel genere di risoluzione collettiva dei problemi da cui dipende il destino delle nostre società. Mentre si trovano diversi casi ben documentati di folle che prendono pessime decisioni – viene subito in mente quello del linciaggio – Surowiecki nota come grandi gruppi risolvono regolarmente problemi complessi che sfuggono ai singoli individui. I gruppi di persone, se queste sono sufficientemente diverse tra loro e libere di dissentire, possono fornirci una riflessione superiore a quella di qualsiasi singolo specialista. I gruppi possono localizzare sottomarini andati persi, predire l’andamento del mercato azionario e rivelare le cause di una nuova malattia.

Nel marzo del 2003, dopo che una misteriosa patologia respiratoria aveva ucciso cinque persone in Cina, l’Organizzazione mondiale della sanità ha dato vita a una forma di collaborazione tra laboratori di ricerca sparsi in dieci differenti Paesi allo scopo di identificare l’origine di quella che poi sarebbe stata conosciuta come SARS. I laboratori, a loro volta costituiti da squadre, hanno lavorato assieme, condividendo le informazioni e discutendo quotidianamente dei risultati delle rispettive ricerche. Ad aprile avevano isolato il nuovo virus della malattia. Nessun individuo era stato messo a capo di questo procedimento e nessuno poteva arrogarsi il merito della scoperta. La scienza, ci ricorda Surowiecki, è una “impresa profondamente collettiva”. È un prodotto del gregge.

Tag covid19

Immunità

Vaccini, virus e altre paure

Eula Biss
Luiss University Press

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