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Perché è importante convertire la scienza in tecnologia e innovazione

Uno dei campi sui quali l’Europa e l’Italia devono recuperare rispetto a Cina e USA non è la scienza in sé. Come noto sugli indicatori di produzione e produttività scientifica il posizionamento del nostro Paese, e dell’UE in genere, è forte e stabile. Non altrettanto efficace, invece, è la conversione della scienza in tecnologia e innovazione. E quanto accaduto per la produzione dei vaccini, con i tempi record a cui abbiamo assistito negli ultimi 18 mesi, lo dimostra.

Il ritardo del continente Europeo, insomma, non è nella qualità e nella quantità della ricerca quanto nella capacità di tramutare i suoi risultati in innovazioni di impatto, soprattutto quando si tratta dei frutti maturi della deep science. Nelle life cciences, nelle tecnologie digitali avanzate – per prime Artificial Intelligence/Machine Learning -, nelle tecnologie “industriali” – quali nanomateriali, fotonica, nano e microelettronica – e in quelle a cavallo delle due – su tutte Internet of Things, Agri&Food Tech – è un pullulare di opportunità. Opportunità che, tuttavia, richiedono investitori specializzati nella capacità di accompagnare – con capitali ma anche con molto altro – la traslazione delle tecnologie in prodotti innovativi, nuove imprese, nuovi lavori e crescita economica oltre che degli standard di vita, individuale e sociale.

Le ragioni del ritardo sono diverse e in passato ampiamente analizzate. Dal ruolo delle spese militari, che in Usa e Cina hanno spinto alla conversione accelerata, alla logica dello Stato-committente che in Europa (e in Italia) è debole o latita a ragione delle derive stataliste che hanno condotto a discipline comunitarie fin troppo rigide (aiuti di Stato sempre in agguato); dalla governance non sempre adeguata dei fondi pubblici ai più deboli ecosistemi di start-up ad alto tasso di assorbimento di tecnologia, fino a quello delle grandi imprese che altrove guidano le diverse e complesse fasi del processo di conversione. E su tutto, infine, una concezione del tempo forse anche antropologicamente diversa, più lenta nel “cronos” e di più breve termine nel “kairos”.

Finalmente, però, le iniziative istituzionali e imprenditoriali stanno generando un nuovo contesto europeo potenzialmente idoneo a colmare i differenziali. È nata una nuova consapevolezza e soprattutto una nuova categoria di operatori e fund managers. A Madrid per la prima volta l’8 giugno 2021 è stato sottoscritto il manifesto di questa nuova constituency di investitori: gli science equity investors.

Nel 2015 in Europa operavano solo 2 fondi di science equity; oggi se ne contano 15 e altrettanti stanno per nascere. I fondi di science equity europei (fonte: Different Funds) hanno dotazioni finanziarie medie di 50 milioni di euro, una dimensione media del 14% inferiore dei corrispondenti fondi di venture capital generalisti non orientati al deep tech. Nel 2020 il 70% della raccolta europea del venture capital è andata verso il 12% dei fondi più grandi. Dunque, anche se la science equity gioca un ruolo cruciale per il nostro futuro, gli operatori sono costretti a farlo con risorse ancora limitate e difficili da raccogliere.

Protagonista di questo “primo sviluppo” registrato nell’ultimo quinquennio, è stato il Fondo Europeo degli Investimenti (FEI) che ha avuto un ruolo trainante su una serie di investitori istituzionali nazionali, fra cui la nostra Cassa Depositi a Prestiti. Il fondo dei fondi (ItaTech) ha determinato la nascita di ben 5 nuovi fondi di science capital anche in Italia, che hanno complessivamente realizzato circa 50 investimenti in poco più di 3 anni. Lo strumento tecnico del fondo di fondi “governativo” si è dimostrato ideale per accelerare lo sviluppo di mercati altrimenti in condizione di strutturale fallimento, consentendo agli Stati di intervenire senza “statalizzare”, ossia senza creare le distorsioni tipiche degli investimenti diretti pubblici nelle start-up. Start-up il cui successo, come anticipato, dipende dai capitali ma anche da tanto altro, a cominciare dalla capacità di investirli e soprattutto di gestirli.

L’obiettivo ora è creare consapevolezza sul ruolo di questa nuova asset class che più di altre determinerà il nostro futuro, anche quello più remoto e discontinuo; e, proprio per questo, un futuro non facilmente immaginabile per investitori e gestori convenzionali. È una categoria di investimenti su cui bisogna “educare” gli investitori e ancor prima formare i gestori. Servono, infatti, solide e non comuni competenze complementari: complementari sia alla scienza sia alla finanza. Il futuro della deep science, infatti, dipende dalla combinazione di science “hard” (che generano tecnologie) e science “soft” (che generano capacità di tradurle in innovazioni).

Gli investimenti in science equity, infatti, si rivolgono a tecnologie con potenziali di impatto ampio e profondo, radicale ma con scalabilità industriale e possibilità di raggiungere il mercato con relativa fluidità. Devono poter intervenire nelle fasi c.d. pre-seed (tipiche delle validazioni tecniche), in quelle seed (tipiche delle validazioni commerciali) e accompagnare anche i round di investimenti da “serie A” (tipici dello sviluppo). Insomma è science equity l’insieme degli investimenti su spin-off che diventano start-up, e crescono sane e con orizzonti globali. E proprio per questo, la gestione degli investimenti in science equity richiede capacità tecnologiche mai disgiunte da quelle imprenditoriali e commerciali, sin dalla fase micro-seed che tecnicamente è quella del cosiddetto “proof of concept” (PoC).

Per questa nuova categoria di investitori e gestori sono quindi necessarie capacità di interagire con il mondo della ricerca, sensibilità tecnologica e commerciale, visione e relazioni industriali. E pazienza: tanta. Evitando però che il concetto di “capitale paziente” agisca da deterrente per gli investitori e attenuante per i gestori. Con questi ultimi che, per missione, devono cercare i frutti acerbi della ricerca e adoperarsi per portarli a maturazione, quantomeno come prodotti di mercato. Investire in science equity significa muoversi prevalentemente in contesti business-to-business o business-to-business-to-consumer, aprendo connessioni industriali e dando supporto finanziario, strategico e gestionale a start-up i cui prodotti hanno un go-to-market tutt’altro che scontato, fatto di sperimentazioni, errori, pivot e capacità di immaginare e riempire di significato a pragmatismo la c.d. open innovation, che in troppi ancora approcciano come un investimento in comunicazione più che in vera innovazione.

Occorrerà – è bene sottolinearlo – che nell’assumere la consapevolezza di ciò che serve per colmare il ritardo Europeo diventi sempre più chiaro che la deep science è troppo importante per lasciarla solo agli scienziati e ai tecnologici. E che il technology transfer – ché di questo si parla quando si parla di deep science – fallisce ove se ne colga puramente, e semplicisticamente, la sola dimensione tecnologica. Risultati della scienza destinati a stravolgere mercati e stili di vita, a risolvere alcuni dei grandi mali globali, a fronteggiare crisi pandemiche, hanno bisogno di molta intelligenza, che non è e non può essere esclusivamente quella delle scienze c.d. dure. Bisogna che i mestieri, le conoscenze e le competenze si mischino e che le scienze sociali divengano sempre di più la sponda naturale degli sforzi mediante i quali la terza missione delle università e degli enti di ricerca darà i frutti sperati. Soltanto così, la deep science potrà dare vita a forme deep tech dall’impatto  profondo che è necessario per vincere le grandi sfide del mondo globalizzato.

Insomma, è una asset class da spiegare, bene e in fretta, per creare quantomeno la capacità di valutare con criteri diversi rispetto alle convenzionali griglie regolatorie e di valutazione dei ritorni a ciclo temporale standard. Una asset class per cui il fallimento del mercato deve essere corretto con strumenti pubblici ma non distorsivi quali, appunto, il fondo di fondi che permette di mitigare i rischi –  enfatizzando ancora di più i rendimenti asimmetrici, ad esempio fra pubblico e privato e magari rendendo asimmetrici anche i rischi finanziari (e.g. con sistemi di liquidation preference) – e pure puntando a realizzare economie di specializzazione nella selezione degli operatori con le necessarie competenze complementari. Il tutto evitando la sirene – sempre accese – del venture capital di Stato, ché l’intervento pubblico in nessuno Stato del mondo, neppure in quelli assolutisti, è in grado di dispiegare le competenze complementari, eterogenee e ibride che invece servono per investire e generare adeguati ritorni in Science Equity.

C’e’ da sperare, insomma, che il vento del “new breed of European venture capital”, come titolava il summit di Madrid, abbia iniziato a spirare. La portata della sfida è enorme. Ma ancor più grande e importante è l’impatto che lo science capital dovrà avere nel nostro futuro.