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No, l’austerità non è di sinistra

In un saggio [1] recente Jean-Paul Fitoussi ragiona su come la costruzione del consenso neoliberale sia passata attraverso l’utilizzo di un linguaggio che ha progressivamente semplificato l’analisi economica finendo per far credere a policy makers e opinione pubblica che non ci fosse alternativa a politiche in realtà controverse, come ad esempio l’austerità imposta ai paesi della periferia dell’eurozona a partire dal 2010. La neolingua di orwelliana memoria viene subito in mente leggendo l’intervista di Wolfgang Schäuble sul Financial Times del 3 giugno [2]. L’ex ministro delle finanze tedesco, al cui nome è legata la stagione dell’austerità, invoca Keynes e il bisogno di giustizia sociale per giustificare la necessita di tornare alla disciplina di bilancio e di liberarsi della sbornia del debito. Sono molte le critiche che si possono portare al ragionamento di Schäuble. Si va dal distorcere il pensiero di Keynes sull’inflazione [3] per arruolarlo a sostegno delle proprie tesi alla coesistenza nello stesso argomento della paura dell’inflazione e della necessità di ridurre il potere dei rentier che, tipicamente (si pensi appunto a Keynes), vengono danneggiati proprio dall’aumento dei prezzi; o ancora si potrebbe commentare il maldestro tentativo di fare pressione su Mario Draghi, sottolineato su queste pagine [4] da Stefano Feltri. Qui vorrei però concentrarmi sugli argomenti usati per riproporre il ritorno allo status quo precedente alla crisi; essi mostrano infatti come anche l’arcigno Schäuble abbia fiutato il cambiamento del vento, facendo attenzione a vestire le vecchie ricette con scintillanti abiti nuovi in linea con le tendenze del momento. La disciplina di bilancio non è invocata perché un male necessario per tornare a crescere, o peggio perché rappresenta la giusta punizione per comportamenti irresponsabili dei “dissoluti” paesi del Sud. No, essa è necessaria perché l’aumento del debito premiando i già ricchi detentori di ricchezza porterebbe ad un aumento delle disuguaglianze e quindi metterebbe in pericolo la coesione sociale. L’austerità, insomma, sarebbe “di sinistra” perché eliminerebbe rendite ed inefficienze di mercato favorendo i meno abbienti a scapito delle élite di rentiers; un argomento non dissimile da quello utilizzato qualche anno fa da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi a proposito del liberismo. Siamo insomma in presenza di quello che i sociologi chiamerebbero “assorbimento della capacità critica”, un tentativo di depotenziare le critiche alle proprie posizioni incorporandole nel proprio arsenale argomentativo.

Dopo l’austerità espansiva, l’austerità sociale?

Ma oggi, come già nel 2010 quando si invocava la disciplina a favore della crescita, il tentativo di assorbimento si rivela particolarmente goffo. Storicamente l’austerità non è quasi mai stata espansiva, e chiunque nel 2010 non ragionasse per tesi precostituite poteva agevolmente prevederne l’impatto disastroso sull’economia greca ed europea. Per quel che riguarda l’impatto sulla coesione sociale, diversi lavori recenti mostrano che gli episodi di consolidamento di bilancio tendono ad aumentare la disuguaglianza, non a farla diminuire. Un gruppo di economisti del FMI ha di recente mostrato [5] come in passato, in seguito ad episodi pandemici, l’evoluzione della distribuzione del reddito sia stata fortemente influenzata dalle politiche pubbliche: nelle occasioni in cui le politiche di bilancio sono state più restrittive la disuguaglianza è aumentata in maniera significativa. Questo perché gli effetti di una pandemia tendono naturalmente a far aumentare la disuguaglianza, colpendo in misura maggiore categorie e settori a bassa produttività, lavoratori precari, etc. Le politiche pubbliche a supporto di questi settori, quindi, sono fondamentali nel contrasto alla disuguaglianza. Nel caso del Covid lo sforzo della politica di bilancio è stato titanico e per molti versi efficace; un’affrettata inversione a U avrebbe effetti catastrofici (gli autori fanno proprio l’esempio dell’eurozona nel 2010). L’evidenza non si limita agli episodi pandemici. In un altro lavoro recente [6] un ricercatore austriaco ha evidenziato consolidamenti di bilancio di dimensioni significative, basati sulla riduzione della spesa pubblica piuttosto che sull’aumento delle tasse, avviati durante una crisi finanziaria, hanno effetti particolarmente perniciosi sulla distribuzione del reddito. È interessante notare, incidentalmente, che queste secondo i suoi partigiani sono proprio le caratteristiche che aumentano le probabilità di successo di un piano di austerità: una terapia di shock di riduzione della spesa pubblica (senza “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”) da introdurre in situazioni di crisi per riguadagnare la fiducia di mercati, imprese e consumatori.

Evitare una pericolosa inversione a U

Insomma, l’evidenza empirica mostra che per preservare quella coesione sociale che improvvisamente tanto sta a cuore a Wolfgang Schäuble occorre sostenere l’economia per tutto il tempo necessario, senza affrettarsi ad imporre aggiustamenti che sarebbero devastanti. Senza scomodare il lavoro di prestigiosi colleghi, peraltro, potrei limitarmi a ricordare al lettore i servizi dei telegiornali sugli effetti dei programmi di aggiustamento della Troika in Grecia. Qualche mese fa la capo economista dell’OCSE Laurence Boone metteva in guardia [7] dall’enfasi eccessiva su di un possibile cambio di paradigma nell’approccio alla politica economica, sostenendo che anche durante la crisi finanziaria globale la prima risposta alla crisi era stata rapida ed efficace, e che gli errori vennero commessi a partire dal 2010 con un ritorno affrettato alla disciplina di bilancio. I richiami all’austerità e la grancassa mediatica sul ritorno dell’inflazione (su cui il Diario Europeo dovrà senza dubbio tornare) mostrano che i timori di Boone sono giustificati e che i custodi della vecchia ortodossia, silenziosi in questi mesi, iniziano a rialzare la testa riconfezionando le proprie tesi per renderle consone allo spirito dei tempi. Nei prossimi anni occorrerà resistere alle sirene del ritorno al passato e consolidare l’approccio pragmatico alla politica economica che si è dimostrato così utile nei mesi scorsi. Ci sono molti cantieri aperti, dall’investimento nella transizione ecologica alla tassazione delle multinazionali, passando per le politiche sociali (welfare, sanità, contrasto alla povertà). Riportare il cursore verso il centro, dopo che per un trentennio l’enfasi è stata quasi esclusivamente sulla supremazia dei meccanismi di mercato, non sarà compito facile. Tuttavia, è proprio dalle giravolte che Wolfgang Schäuble è costretto a compiere per sostenere le proprie tesi che possiamo trarre un cauto ottimismo.

Questo articolo è precedentemente apparso su Domani. Riprodotto per gentile concessione.