6 luglio 2021

Apologia del mercato. Note a margine di un libro di Mauro Gallegati

Il mercato rende davvero liberi? I vantaggi superano gli svantaggi? Raffaele De Mucci fornisce il suo contributo ad un dibattito che accende ancora gli animi di generazioni di economisti. Rilegge in controluce le tesi esposte da Mauro Gallegati nella sua ultima fatica ”Il mercato rende liberi e altre bugie del neoliberismo”, edito dalla Luiss University Press.

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Lo confesso.  Sono fra quelli che vanno dicendo in giro, da anni, che “il mercato rende liberi ed altre bugie del neo-liberismo”. Finanche nelle mie lezioni alla Luiss, la cui casa editrice ha di recente pubblicato il libro di Mauro Gallegati dal titolo, appena riportato fra virgolette, che accusa di mendacio quelli che la pensano come me. E come un altro economista – si parva licet componere magnis – che risponde al nome di Friedrich von Hayek, per il quale il libero mercato, pur non funzionando sempre in modo perfetto, presenta benefici che superano di gran lunga gli svantaggi,  riuscendo ad armonizzare in maniera spontanea le decisioni dei produttori con la volontà e i desideri dei consumatori, senza la mediazione del governo,  assicurando il perseguimento dei propri scopi a tutti, sviluppando altresì quella che egli chiama la “Grande Società”, molto vicina al modello pericleo di “società aperta” (riproposto da Popper), cioè la moderna società complessa, che sfugge a ogni pianificazione centralizzata poiché si affida solo all’iniziativa individuale e al meccanismo della concorrenza. La concorrenza economica nel mercato è una forma di competizione che costituisce l’equivalente funzionale della competizione regolata dei gruppi avversariali in democrazia e della competizione di teorie “rivali” nella scienza. E competere, dal latino cum-petere, significa letteralmente “cercare insieme” la soluzione migliore mettendo a confronto quelle di ciascun attore – economico, sociale, politico – che partecipa a un’impresa comune. Il mercato perciò, non solo rende liberi, in quanto la proprietà privata, intesa lockeanamente come il diritto alla “vita, alla libertà e ai beni”, è alla base di ogni civiltà evoluta, ma premia anche la collaborazione sul conflitto, come si conviene ad ogni società economicamente sviluppata.

Di tanto è chiaro il titolo del lavoro, di altrettanto sono oscuri i contenuti. Da un pamphlet polemico come questo, ci si attende sempre di conoscere da una parte gli obiettivi polemici (pars destruens), e dall’altra le proposte alternative (pars costruens). Sennonché, qui entrambi i lati dell’argomentazione, critica e propositiva, non risultano ben chiari (probabilmente a causa della mia scarsa familiarità con i temi economici).

Il principale obiettivo polemico è l’economia definita Mainstream, altrimenti presentata come “pensiero dominante”, “modello standard”, “paradigma” o “dogma” teorico. L’espressione venne introdotta per la prima volta da Paul Samuelson e William Norhaus nel loro famoso manuale di Economia, che ha istruito generazioni di studenti in tutto il mondo ai principi fondamentali della scienza economica. L’economia Mainstream ricorre spesso ad assiomi e postulati per affermare una teoria ed è generalmente riferita agli economisti sia marginalisti, sia neo-classici, sia riconducibili alla scuola dell’equilibrio economico generale. Tuttavia, può anche riferirsi agli economisti di “seconda generazione”, sia keynesiani, sia monetaristi.  E’ perciò sbagliato associare questa immagine alla sola tradizione liberista.

Ma cosa si rimprovera al pensiero Mainstream? In primo luogo e ripetutamente, nel testo, il cosiddetto “vizio ricardiano”, ossia la tendenza a costruire in economia modelli di tipo matematico, formalmente eleganti ma analiticamente inefficaci. L’appunto vale in genere per gli economisti neo-classici, compresi – in parte – alcuni autori della Scuola marginalista che, come Carl Menger, avvertono la necessità di ancorare le scienze sociali (e l’economia in particolare) a saldi presupposti teoretici di natura nomotetica. Ma non vale per altri esponenti della Scuola austriaca. Hayek criticò recisamente, dal canto suo, i tentativi di stabilire diretti rapporti causali fra grandezze economiche (quantità di denaro, livello generale dei prezzi, livello di produzione) mediante equazioni matematiche, come se “l’economia fosse una scienza identica alla fisica o alla chimica”: la vera chiave per capirne i fenomeni essendo le scelte degli individui, tanto numerose e diverse da non poter essere misurate (Studi di filosofia, politica ed economia, Rubbettino, Soveria-Mannelli, 1993).

L’altra accusa ricorrente al Mainstream fa riferimento a un’ulteriore metafora nota in epistemologia come “il demone di Laplace”, per dire del “demone” del determinismo che, esorcizzato dal principio d’indeterminazione nella fisica quantistica, rischia di agitare le acque tranquille delle discipline impropriamente definite umanistiche. Il demone è ritenuto anche più o meno direttamente responsabile del successo che le varie teorie dell’equilibrio, e fra queste il modello di razionalità “parametrica”, avrebbero riscosso presso i sostenitori del libero mercato. A questo riguardo va definitivamente chiarito che nessuna teoria dell’equilibrio è compatibile con l’evoluzionismo (storico) condiviso dagli esponenti del marginalismo austriaco. Quanto al modello di razionalità assoluta, quella dell’homo oeconomicus, vale la pena richiamare la lezione metodologica di un altro grande economista e sociologo, Max Weber, a proposito dei concetti “tico-ideali”: che consistono in rielaborazioni concettuali della realtà, “costrutti utopici”, utili a orientare l’indagine sulle sue concrete manifestazioni, mai a riprodurla, meno che mai a proporre modelli normativi.

Quali sono, in alternativa al mercato e ai suoi “bugiardi” sostenitori neo-liberisti, le proposte che ricaviamo da questo pamphlet? Due, a me sembrano, quelle più rilevanti. Una, sul piano epistemologico, batte l’accento sull’imprescindibilità di un approccio olistico, tanto per l’economia quanto, in genere, per tutte le scienze sociali. Il concetto di emergenza, attorno al quale girano gli argomenti a sostegno di questa tesi, viene a spiegarci che nelle realtà complesse – il mercato, ma anche la società, lo stato, l’ambiente, ecc. – il “tutto” (il sistema, la struttura: insomma l’òlos, l’intero) non risulta mai dalla semplice sommatoria delle parti che lo compongono, ma costituisce sempre un “di più” – qualitativo oltre che quantitativo – rispetto ad esse. Sul tema diciamo subito che i due punti di vista non sono così lontani come sembrerebbe, se solo si riflette che anche le correnti di pensiero che si ispirano all’individualismo metodologico si trovano alle prese con entità composite quando si tratta di analizzare le conseguenze non intenzionali e il loro intrecciarsi nei corsi di azione che scaturiscono dalle scelte individuali: è da lì che, seguendo Menger negli Unterschungen, possiamo trovare proprio quegli “ordini non organizzati” (la moneta, lo stato, la lingua, l’etnia, ecc.) spesso segnalati nel testo come la chiave di svolta della nuova economia della complessità. In fondo, anche il feticcio della Mano Invisibile è un’emergenza nel senso in cui è inteso questo termine dal punto di vista metodologico: l’unica rilevante differenza rispetto alla sponda opposta dei collettivisti è che le realtà “emergenti” non possono valere appunto come realtà empiriche, non hanno significati ontici, e per capirci qualcosa dei processi che le producono occorre ricondurli alle parti che l’hanno più o meno consapevolmente messi in essere. In tal modo la Mano invisibile non è che la traslazione figurata mediante la quale si prende atto che gli attori economici, perseguendo ciascuno gli obiettivi che li muovono sul mercato, nel soddisfacimento dei propri interessi troveranno, per autorganizzazione spontanea e nel rispetto di regole che essi stessi si pongono, anche la promozione di un interesse generale. Un po’ come le api viziose di Mandeville che si trovano a far scaturire pubbliche virtù da vizi privati. Che poi si tratti di una situazione irreale che non è dato mai di cogliere non toglie nulla all’efficacia analitica del modello idealtipico.

Ed è ugualmente fuori di dubbio che l’indulgenza alla prospettiva olistica abbia per contrappunto l’enfasi sul metodo dialettico: come in più riprese si coglie nel libro che stiamo discutendo, specialmente con riguardo all’importanza dei modelli non-lineari e il richiamo frequente alla cibernetica di O. Lange, che costituisce il campo in cui il sistema economico, inteso alla stregua di un intero (as a whole), è capace di agire in certi modi e persino raggiungere determinati fini. Ma la dialettica non ha più da qualche tempo diritto di cittadinanza in ambito scientifico, laddove si è ormai definitivamente accolto il principio della non-contraddizione come regola dei rapporti di causa ed effetto fra i fenomeni, mentre “gli arabeschi e i ghirigori” della dialettica (come si esprimeva il sign. Duhuring in polemica con Engels) sono lasciati agli eredi dell’idealismo a-scientifico.

Olismo e storicismo (la “presunzione fatale” di prevedere e controllare i fini dell’azione umana) non potevano portare il nostro Autore che a schierarsi a favore del dirigismo governativo in economia: ed è questa la seconda proposta, di politica economica, che si ricava dal libro. Keynes è morto, viva Keynes, si potrebbe affermare rileggendo in controluce gli indizi sparsi della proposta di Gallegati, che rimane impaludata nello stesso Mainstream: solo di sponda opposta. Quella che, attraverso la scuola keynesiana, e i suoi epigoni contemporanei – penso in particolare ai lavori di Joseph Stiglitz – rilanciano l’utopia del “capitalismo progressista”, per cui lo Stato investe laddove il mercato non arriva, governa il mercato per impedire che i singoli individui possano arricchirsi sfruttando gli altri o estraendo ricchezza dalla rendita piuttosto che crearla. De te fabula narratur. 

Il mercato rende liberi

E altre bugie del neoliberismo

Mauro Gallegati
Luiss University Press

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