Il sovranismo alla ricerca di una politica

20 luglio 2021
Editoriale Europe
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Pochi giorni fa, 16 partiti europei della destra nazionalista (tra cui gli italiani Fratelli d’Italia e Lega) hanno sottoscritto una “Dichiarazione sull’avvenire dell’Europa”. Non è semplice, per partiti nazionalisti, individuare una piattaforma comune sul piano sovra-nazionale. Certamente, essi condividono la critica dell’attuale Unione europea (Ue). La Dichiarazione, infatti, mette in discussione l’impegno, celebrato nei Trattati europei e assunto dagli stati che hanno aderito all’Ue, di costruire “un’unione sempre più stretta”. Tuttavia, la Dichiarazione vuole andare oltre la critica, presentandosi come un contributo al dibattito sul futuro dell’Europa. Vale la pena di distinguere le cose nuove e vecchie della Dichiarazione, proprio perché l’evoluzione del sovranismo nazionalista è importante per la stabilizzazione dell’Ue.

Cominciamo dalle cose nuove. Attraverso la Dichiarazione, i sovranisti si collocano all’interno dello schieramento geo-politico occidentale. Essi riconoscono che il legame degli europei con l’America, istituzionalizzato nella NATO, ha garantito la pace tra i Paesi europei e la sicurezza ai loro cittadini. Non si parla (come si faceva nel passato) di equidistanza tra Occidente e Oriente, né si menziona la Russia e tanto meno la Cina come interlocutori privilegiati. Siamo lontani da ciò che Matteo Salvini disse nella sua visita in Russia del 18 ottobre 2018 (quando affermò che “si sentiva a casa sua più a Mosca che a Bruxelles”). Inoltre, la Dichiarazione riconosce che l’Ue costituisce il contesto entro cui collocare le varie politiche nazionali. Essa fa riferimento agli stati “membri” dell’Ue, piuttosto che agli stati “nazionali”, riconoscendo che esiste una “sacrosanta volontà di cooperare, un spirito di comunità e di amicizia” tra i vari stati, un capitale politico da utilizzare per riformare l’Ue. Infatti, precisa la Dichiarazione, “l’Ue ha bisogno di una riforma profonda”, di un cambiamento dall’interno. Le varie suggestioni indotte da Brexit (lasciare l’Ue, uscire dall’Eurozona) sono state dimenticate. Almeno nelle parole, c’è lo sforzo dei sovranisti a districarsi dai lacci ideologici del nazionalismo indipendentista.

Vediamo ora le cose vecchie. Per la Dichiarazione, la sovranità continua ad essere una proprietà indivisibile del potere politico. Assumendo come propri avversari (di comodo) coloro che mirano a costruire un “super-stato europeo”, cui trasferire le sovranità nazionali, la Dichiarazione ribadisce che “i sovrani in Europa sono e rimangono le nazioni e i popoli”. L’unitarietà della sovranità nazionale è necessaria per proteggere “la cultura e la storia delle nazioni europee, il rispetto dell’eredità giudeo-cristiana dell’Europa e dei valori comuni che uniscono le nazioni europee”.  Mentre il “super-stato” europeo è considerato l’espressione di una mentalità ingegneristica, la preservazione delle sovranità nazionali riflette invece il rispetto per la storia dei popoli europei. Per la Dichiarazione è dunque necessario rovesciare la “re-interpretazione sostanziale dei Trattati portata avanti dalle istituzioni europee negli ultimi decenni”. Di qui, la proposta di definire “una lista delle competenze inviolabili degli Stati membri dell’Ue”, oltre che di istituire “un meccanismo appropriato per la loro protezione con la partecipazione delle corti costituzionali nazionali o organi equivalenti”. Per i sovranisti è assolutamente cruciale re-imporre la primazia giuridica delle costituzionali nazionali, così da impedire alla Corte europea di giustizia (Ceg), organo giuridico sovranazionale, di definire standard di comportamento confliggenti con le tradizioni giuridiche nazionali. Qualche giorno fa, presentando il proprio programma per la presidenza semestrale dell’Ue, il governo sloveno diretto dal premier sovranista Janez Janša (che però non ha sottoscritto la Dichiarazione, essendo membro del Partito popolare europeo) è giunto a proporre la creazione di una “Fondazione europea per la democrazia costituzionale…costituita di esperti…per offrire…analisi autonome e indipendenti delle singole questioni relative allo Stato di diritto”. Come se tale compito non spettasse alla Ceg.

La teoria del pluralismo costituzionale, elaborata più di vent’anni fa da giuristi dell’Europa occidentale (come Neil Walker) o americani (come Joseph Weiler), è diventata lo strumento con cui le corti e i politici dell’Europa orientale rifiutano di riconoscere la supremazia del diritto europeo. Una tendenza legittimata anche da alcune cruciali decisioni della Corte costituzionale federale tedesca. Tale rifiuto, però, è inconciliabile con il funzionamento del mercato unico, che richiede l’esistenza di una Corte sovranazionale indipendente per risolvere dispute tra divergenti giurisdizioni o legislazioni nazionali. Peraltro, il ritorno alla primazia del diritto nazionale finirebbe per mettere in discussione il sistema sovranazionale che fornisce ai Paesi dell’Europa dell’est enormi benefici economici. Il principio del “cuius regio, eius religio” consentì di istituire l’ordine interno agli stati territoriali, ma il suo prezzo fu la guerra ricorrente tra di essi, con relative ondate di miseria. Ritorniamo al 1555-1648?

In conclusione, pur con alcune novità, la Dichiarazione dei sovranisti non riesce a rielaborare la retorica nazionalista. In un’unione di stati e di cittadini, la divisione tra progetti di integrazione è spesso più importante di quella tra la destra e la sinistra. Qual è il progetto di integrazione dei sovranisti, se hanno davvero abbondonato quello di disintegrazione?

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore. Riprodotto per gentile concessione.

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L'autore

Sergio Fabbrini è professore di Scienza politica e Relazioni internazionali e direttore del Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss. È anche Pierre Keller Professor presso la Harvard Kennedy School. 


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